QUALCUNO CHE AMI MIRIAM by Marcello Comitini

Questo è il racconto scritto da un uomo che narra di un donna che ama la sua donna perduta.

Ma potrebbe certamente essere la storia di un uomo che per continuare ad amare la donna perduta, immagina che essa sia penetrata nel suo corpo.

“Ecco il giornale e il resto. Arrivederci, Miriam.”

Lui mi chiama così. Anche se sa che non è il mio nome. Non mi dispiace che mi chiamino Miriam ma non è il mio nome. Me lo ripeto ogni giorno. Anche se l’ho voluto, se ho fatto di tutto perché non mi chiamassero più con il mio nome, ci tengo a non dimenticarmi come mi chiamo per continuare a vivere dentro di me un’unica vita alimentata da due vite.

Prendo il giornale che ho acquistato e le monete che Carlo mi lascia scivolare nel cavo della mano. Mi giro per andarmene. Lo faccio di scatto ed è troppo. Oscillo paurosamente sui tacchi. Le caviglie mi reggono ma mi si piegano le ginocchia e il bacino, m’inclino in avanti e poi a destra a sinistra e indietro finché non riprendo equilibrio allungando in avanti le braccia. Mi raddrizzo. Un sorriso imbarazzato mi attraversa  gli occhi. Cerco di assumere un’aria indifferente e mi avvio verso l’auto. Lo so che quei tacchi troppo alti mi rendono difficile muovere i passi. Ma sono i tacchi con i quali lei camminava, sono le sue scarpe. E il suo passo, quando indossava quelle scarpe, mi lasciava senza parole, tanto erano selvagge le cadenze delle anche, i movimenti del suo corpo, il fluttuare dei lunghi capelli che ondeggiavano come carezzati dalla luce. Devo semplicemente abituarmi – mi dico. Devo apparire come lei. Devo camminare e cercare disperatamente che qualcuno ammiri il mio incedere come io ammiravo il suo. Dentro di me so bene che è quasi impossibile. Ma devo tentare.

Fisicamente ci assomigliamo molto, stesso tipo di pelle, stessa corporatura, stessi fianchi, stesso colore dei capelli. Da quando porto il suo nome li ho leggermente schiariti. Adesso sono colore del miele, stessa consistenza, stesse pieghe. Non che mi importi molto, ma se qualcuno dimostrasse per il mio corpo la stessa ammirazione che io provavo per il suo, almeno metà del mio intento potrei considerarlo riuscito. L’amo ancora, questo è certo. E finché l’amo non potrò mai dimenticarla. Ed è questo il mio intento. Non chiudere il ricordo dentro un cassetto da aprire in qualche occasione di malinconia. La malinconia non genera ricordi, genera rimpianti per qualcosa che si è perduto. Io non l’ho perduta. Lei è qui dentro di me e intorno a me. Dentro mi appartiene, intorno ne sento le carezze. Sono i suoi vestiti a carezzarmi, l’imitazione che faccio del suo essere di fronte agli altri, il suo sorridere, il suo gesticolare il suo parlare. Sensazioni che mi scendono dentro, lentamente, seguono l’andamento del sangue fino al cuore e poi fin sulle labbra, fin sui capelli, nel palmo delle mani, nelle caviglie, lungo le gambe sino al sesso. Ogni giorno. Ogni giorno che indosso i suoi abiti, ogni giorno che mi trucco come lei davanti allo specchio, ogni giorno che parlo con la sua voce ed esprimo agli altri idee che so essere nostre, nate da un dialogo intimo e serrato tra lei e me.

Non mi trucco in camera da letto né nel bagno. Il momento del trucco non è un momento rilassante. C’è sempre il panico che mi assale, mi innervosisce. Da tempo ho deciso di truccarmi nello studio, quell’ampia stanza una volta ingombra di libri e fotografie, un divano, due poltrone, una scrivania di legno massiccio. Ho sgomberato tutto, ho montato quattro spootlight sul soffitto puntati verso il basso, verso l’angolo in fondo alla stanza per lasciare tutto il resto in ombra. Ho tolto anche le foto alle pareti che ritraevano me e lei, ma non insieme, come un presagio, come solitudini gridate nell’eco di un tempo passato.  Due pareti sono rimaste vuote e opache. Alle altre due ad angolo ho affisso specchi ampi e alti sino al soffitto. Entrando nella stanza, di solito non porto nulla addosso, due figure si stagliano negli specchi, convergono fra loro: una mi viene incontro mentre l’altra, lei io?, mi cammina a fianco. La prima guarda dritto nei miei occhi, come se volesse scrutare la mia anima, l’altra compie i miei stessi passi con lo sguardo perduto in un orizzonte infinitamente lontano. Mi seggo sullo sgabello che ho disposto, con calcolo esatto, al centro della mediana ideale dell’angolo, proprio sotto i fasci di luce che convergono in quel punto. Adesso mi è chiaro che la figura che mi sta seduta di fronte sono io e mi rimprovera, le si legge in viso, il mio tradimento, il mio attaccamento all’altra. L’altra, che vedo con la coda dell’occhio, la guarda fissamente, annoiata e addolorata da questo mio caparbio tentativo mattutino di liberarmi di lei. Ma è solo un attimo. Appena inizio a cospargermi il viso di crema idratante, subito assorbita dalla pelle, e poi il correttore sugli zigomi e il fondo tinta e il mascara e il rossetto sulle labbra, lo sguardo che mi sta di fronte si addolcisce nel languore della nuova immagine che sta apparendo. E l’altra figura, quella al mio fianco, comincia a splendere nei colori di un viso che rinasce ogni giorno. Ogni giorno perfetto, ogni giorno uguale.

Mi alzo. Sono ancora senza nulla in dosso. I tacchi alti mi slanciano il corpo. Mi avvio verso la porta per uscire dalla stanza. Non vedo più la figura che mi stava di fronte. L’altra invece, cammina insieme a me, fa i miei stessi passi, mi segue finché ho lo specchio a fianco. Varco la porta. Spengo la luce. Sento che la figura dietro le mie spalle, quella che mi stava di fronte, mi segue ancora con uno sguardo triste nello spazio dilatato dal buio. Mi allontano. Indosso gli abiti di sempre, gli abiti di Miriam. Anche oggi andrò verso qualcuno, qualcuno che mi chiamerà Miriam. Qualcuno che amerà Miriam in me

9 comentarios en “QUALCUNO CHE AMI MIRIAM by Marcello Comitini

  1. Este un text profund, multa dorinta impletita cu neputinta. Eu am perceput in acest dialog multa tristete.Chiar daca in cuvinte se vrea a fii in pielea unei alte persoana faptul ca simti silueta din spatele tau, cea care era în fața ta deci undeva inafara de sinele tau mie imi denota ceva neimpartasit. Cu multa usurinta pe poti aranja ca oricare alta persoana dar niciodata nu poti simti ce simte celalalt sau ce a simtit celalat, fiecare om este o taina iar sufletul este unic, este personal nu se poate copia, imprumuta sau imita.

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  2. Bisogna essere molto elegante per fare si che il dolore presente nel testo non diventi assurdo. E sei molto elegante. Il giocco con gli specchi arriva al momento giusto e mi lascia con la bocca aperta. Mi fa pensare a un racconto di Proust che si chiama La confession d’une jeune fille.

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  3. Un racconto che, mette in evidenza il sentire recondito di un’anima distonica verso sé stessa e avulsa di serenità, rendendole l’andare avanti gravoso e colmo di difficoltà per la mancanza di questa figura di donna, a lei tanto cara, tale da volerla emulare azzerando la propria vera personalità. Trovo la storia notevole sulla problematica del profilo psicologico di sdoppiamento di personalità. Un testo davvero notevole che, ho molto apprezzato. Un caro saluto Marcello!👏👏😍

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