Sostentamento di base Racconto di Marisa Salabelle

La folla si assiepava davanti ai cancelli del Centro Reclutamento Lavoro. Non era un affollamento spontaneo: erano stati convocati in quella sede tutti i criminali che avevano percepito, per alcuni anni, il famigerato Sostentamento di Base. Il nuovo governo aveva classificato il Sostentamento come reato contro il patrimonio con effetto retroattivo e di conseguenza i percettori erano stati convocati in massa per accertamenti sulla loro situazione. Si trattava di un’accozzaglia di persone dall’aspetto pittoresco: storpi, mutilati, anziani in carrozzina col plaid sulle ginocchia, donne rom con figli al seguito, attaccati alle gonne e al seno, elementi bizzarri, straccioni, troppo grassi o troppo magri, con un arto artificiale o con cicatrici sul volto. Ciascuno si sfogava col vicino, raccontando storie pietosissime sulle circostanze che l’avevano indotto ad avvalersi del Sostentamento, che ai tempi in cui era stato varato in gran pompa era stato presentato come assolutamente legale, anzi, come una straordinaria misura che avrebbe finalmente eliminato la povertà dal nostro Paese.

«Com’aggia fa’», si lamentava una signora napoletana di almeno 150 chili: «Tengo cinque criature e con questo poco di Sostentamento riuscivamo a malapena a campare!»

«Ho 79 anni, sono disoccupato e non ho ancora maturato il diritto alla pensione. Ho la cataratta a tutti e due gli occhi, sono sordo, mi muovo solo col deambulatore: ho cercato un nuovo lavoro ma in queste condizioni nessuno vuole assumermi. Come farò senza il Sostentamento?»

«E io? Dove vado con questa, eh? Me lo volete spiegare?», urlò un vecchio malvissuto brandendo la gamba di legno e mantenendosi in precario equilibrio sull’altra che gli rimaneva.

Mentre quella massa di parassiti e sfaticati si lamentava a un tratto si aprirono le porte e le persone furono fatte entrare. In fondo al grande atrio, che si riempì in un istante, si intravedevano due porte, ciascuna sorvegliata da due poliziotti e da altrettanti cani. Altri poliziotti, muniti di manganelli, indirizzavano la folla verso l’uno o l’altro degli usci, sui quali era scritto a caratteri cubitali OCCUPABILI e INOCCUPABILI. Fu una bella scrematura. Una volta avviati tutti i soggetti troppo anziani, troppo grassi o troppo magri, cecati, sordi come campane e matti come cavalli, verso un cortile in fondo al quale campeggiava un edificio in mattoni la cui ciminiera esalava un fumo sospetto, i poliziotti si presero cura dei pochi rimasti. Gli fecero indossare uniformi di tela a righe e gli agganciarono alla caviglia una pesante catena che culminava in una grossa palla di piombo. In fila indiana li condussero verso le vicine cave di rena. Il ministro, che osservava il tutto da una finestra del Centro, ripose il binocolo e annuì soddisfatto. Una nuova società, più giusta e autorevole, stava prendendo forma grazie al suo impegno. Ora non restava che passare al punto successivo.

«Maresciallo! Ha ottenuto l’elenco di tutti i divani presenti nel Regno?»

«Ce l’ho, signor ministro, e dovrebbe essere preciso fino all’ultimo strapuntino.»

«Dia ordine di requisirli e di allestire i roghi. Entro due giorni persino il nome di quegli strumenti del demonio dovrà essere bandito dal mio Regno.»

«Sarà fatto, signore.»

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