Flaminia Marinaro, L’ultima diva

By Pina Bertoli

Author: ilmestieredileggereblog

La sera del debutto al Quattro Fontane, interpretò se stessa. Entrò da sola, incedendo magnifica e altera per i corridoi del teatro. Sentiva nuovamente addosso gli occhi del pubblico, con la potenza di un amore ritrovato. La folla la osannava, reclamandola sul palco. «Divina, divina, divina!». Il grido riecheggiava tra i palchi, gli applausi riempivano ogni angolo del teatro. Si era compiuto il miracolo!L’ultima diva, pag. 111

Elena (Francesca Bertini) e suo figlio Jean Benedict Cartier sulla spiaggia di Neuilly-sur-Seine (1929); credits

L’ultima diva, di Flaminia Marinaro, Fazi editore 2022, pp. 190

Scritto con un andamento incalzante che coinvolge fin dalle prime pagineL’ultima diva è Francesca Bertini, in una testimonianza, una ricostruzione romanzata ispirata dai suoi stessi racconti e dalle cronache dell’epoca. Marinaro ripercorre l’ascesa di Francesca Bertini nel mondo del cinema muto, svelando i segreti della sua fortunata carriera e gli intrighi della sua vita privata. Gli amori, le delusioni ma anche la grande determinatezza e fiducia nel proprio talento: senza mai arrendersi alle difficoltà, cambiando come fa un camaleonte, ma soprattutto facendo emergere la figura di una donna decisa a lasciare il segno e a diventare l’icona di un’intera generazione.

Francesca Bertini era un’amica di famiglia, madrina di mia sorella e riferimento affettivo per noi, quindi il testo è il racconto dei suoi racconti. Veniva a trovarci quasi tutte le domeniche e condivideva molto della sua vita con noi. E’ una sua biografia dove forse non tutto corrisponderà esattamente a ciò che ha vissuto, ma sicuramente a come lei lo raccontava.da una Intervista all’autrice

L’affetto e l’ammirazione dell’autrice rendono vivido il racconto: un incedere a ritmo sostenuto, che spinge il lettore a voltare pagina dopo pagina. Nessun spirito adulatorio, anzi tanta obiettività: un ritratto che non trascura nulla, nel bene e nel male, i successi e le delusioni, le soddisfazioni e le sofferenze, insomma un ritratto a tutto tondo della Diva.

Regina incontrastata del cinema muto italiano, Francesca Bertini rappresentò negli anni Dieci e nel primo dopoguerra il mito della femminilità torbida e tentatrice, coniugando con inedita complessità fantasmi dannunziani e verace naturalismo; le sue pose e le sue elaborate toilette influenzarono legioni di imitatrici, scatenando autentiche isterie collettive. Nonostante la sua carriera cinematografica sia stata nel complesso assai breve, il mito del suo fascino si è protratto per decenni, creando attorno a lei un alone di leggendario mistero paragonabile solo a quello di Greta Garbo. Abile nel costruire la propria immagine e nel dosare le sue apparizioni pubbliche, fu una precorritrice dello star system; per lei, nel 1915, fu coniato nell’accezione moderna il termine diva.

Nelle sue memorie (Sensazioni e ricordi, in “In penombra”, 1918; Il resto non conta, 1969) l’attrice racconta di essere nipote di un agiato commerciante di tessuti napoletano. Il padre, Arturo Salvatore Vitiello, che viveva di rendita fra teatri e casinò, sposò Adele Maria Fratiglioni, che secondo la B. era imparentata con famiglie patrizie fiorentine. Nel 1900, in seguito a rovinose speculazioni del padre, si trasferirono a Napoli. Qui fu sulle scene fin dall’adolescenza con il nome d’arte di Franceschina Favati e di Cecchina Bertini, e recitò con le compagnie di prosa di S. Renzi, A. Campioni ed E. Scarpetta, formandosi alla scuola del teatro verista e vernacolare.

Francesca si giocò il tutto per tutto: riscrisse il copione, stravolse le scenografie, inventò perfino alcune coreografie. Un immenso circo equestre venne montato nei giardini degli studi di via Carlo Fea. Stava per andare in scena l’esibizione più pericolosa mai vista sugli schermi! Fasciata in una calzamaglia nera, con una maschera sugli occhi, Francesca volteggiava in sella a un cavallo al galoppo, come se l’avesse fatto da sempre. Nessuno mai aveva osato simili acrobazie, un minimo incidente le sarebbe stato fatale. Il pubblico andò in visibilio e la critica la consacrò “migliore attrice dell’anno”.L’ultima diva, pag. 53

Dopo le esperienze teatrali e i primi passi nel cinema (in due anni interpretò come prima attrice una ventina di film). Ottenne un enorme successo in Assunta Spina (1915), pregevole esempio di realismo napoletano diretto da Gustavo Serena e da lei stessa; nel ruolo della protagonista, la Bertini rivelò spiccate qualità drammatiche e una recitazione misurata, di una naturalezza sorprendente per un’attrice passata alla storia e poi al mito per i suoi eccessi teatrali e decadenti ‒ tanto che “bertineggiare” divenne un’espressione corrente per alludere a gesti di disperazione plateale. Cercò quindi, senza fortuna, di affermarsi come autrice e scrisse firmandosi Frank Bert. Nei film successivi, distaccandosi dall’immagine di schietta napoletanità che l’aveva lanciata, tornò a interpretare eroine romantiche e tragiche del bel mondo, votate a passioni fatali e infelici.

Nel 1918, ormai potente, capricciosa e milionaria, fondò la Bertini Film, per produrre e interpretare fra l’altro, nel 1920, la serie di film I sette peccati capitali, che vennero maltrattati dalla critica e trascurati dal pubblico. L’incontro con Roberto Roberti le permise di tornare all’apprezzabile naturalismo degli esordi, rilanciando la sua immagine di donna solare e sensuale. Con le ultime prove degli anni Venti la critica fu severa, mentre il pubblico, che pure l’acclamava ancora, sembrava mostrare una certa sazietà verso l’intero cinema italiano, provinciale e incapace di rinnovarsi.

L’8 agosto 1921 la Bertini sposò il conte e banchiere svizzero Paolo Cartier e abbandonò il cinema, rinunciando a un contratto di un milione di dollari con William Fox, deciso a portarla a Hollywood. Aveva solo ventinove anni. In seguito tentò un effimero ritorno con alcuni film francesi, che passarono inosservati, e con l’avvento del cinema sonoro in La femme d’une nuit (1930) di Marcel L’Herbier, nella versione italiana La donna di una notte (1931) di Amleto Palermi, e in Odette (1934) girato in doppia versione, italiana e francese, da Giorgio Zambon e Jacques Houssin; quindi apparve nel film omaggio Quando eravamo muti (1933) di Riccardo Cassano.

Dopo il rimpatrio in Italia nel 1953, concesse solo occasionalmente alla cinepresa il suo volto segnato dal tempo. Sorprendente fu il suo ritorno per Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci, un cameo nel ruolo di suor Desolata. Nel 1981 accettò di partecipare al film-documentario per la televisione, a lei dedicato, L’ultima diva di Gianfranco Mingozzi. Diva fino all’ultimo, a novanta anni riceveva ancora al Grand Hotel, anche se abitava in una piccola casa non sua; profumata, ingioiellata, lo sguardo reso più affilato dalle ciglia finte scurissime a contrasto con i peli e le piume bianche che l’avvolgevano come in una nuvola. L’attrice morì a Roma il 13 ottobre 1985 all’età di 93 anni.

Qui potete leggere l’incipit.

Flaminia Marinaro scrive su varie testate tra le quali «Il Foglio», occupandosi di critica letteraria, e sulle pagine culturali de «L’Osservatore Romano» e «La Freccia». È inoltre esperta di moda e di cinema. È laureata in Giurisprudenza con una specializzazione in Diritto canonico. Anima diversi salotti culturali. L’ultima diva è il suo primo romanzo.

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