Oliva Recensione di Marisa Salabelle

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«Una mattina che non ho voglia di andare alla messa mi laureo in lettere moderne», diceva mio padre, classicista, che disprezzava qualsiasi corso di laurea che non includesse lo studio del greco e del latino.

Un giorno che non avevo voglia di far niente, spossata e resa quasi inerte dal gran caldo che imperversava, ho letto Oliva Denaro, di Viola Ardone. Oh, caspita, diranno subito i miei piccoli lettori, se l’hai letto tutto in un giorno (sono oltre 300 pagine) vuol dire che quel libro è una bomba! Ecco, per leggere, si legge. Non è proprio quel che si dice avvincente, anzi, in alcuni punti l’ho trovato prolisso, ma se non l’ho gettato via dopo le prime 50 pagine vuol dire che qualcosa di buono ce l’ha. Ardone è una discreta narratrice, usa un linguaggio piano, ornato di qualche piccola bizzarria, esiste un plot, per quanto non particolarmente originale. Per me, gli aspetti positivi sono tutti qui. Ma cerchiamo di andare con ordine.

La storia, penso la conoscano tutti: c’è una ragazza, Oliva, che vive in un paesino della Sicilia: siamo nel 1960, Oliva ha 15 anni, non ha ancora avuto “il marchese”, è magra e scattante, le piace andare a cercare rane e lumache col silenzioso papà. C’è un giovanotto che le fa la corte, lei lo respinge, il giovane organizza il rapimento, la violenta e si propone per il matrimonio riparatore. Ma Oliva non ci sta e affronta il processo pur di avere giustizia. Una vicenda apertamente ispirata a quella di Franca Viola, la ragazza che rifiutò di sposare il suo stupratore. Evidentemente Viola Ardone è una studiosa di storia del Novecento: anche il precedente Treno dei bambini, come è noto, affrontava una vicenda realmente avvenuta, quella dei bimbi poveri, del Sud ma anche del Nord, ospitati per mesi, nel dopoguerra, da famiglie prevalentemente emiliane.

Cosa ho da ridire, io, sui romanzi di Viola Ardone, che pure riscuotono tanto successo, e che vengono elogiati con aggettivi quali “splendido”, “emozionante”, “struggente”? Niente, in senso lato: sono lavori dignitosi, affrontano tematiche interessanti, ispirano sentimenti positivi. E tuttavia…

E tuttavia, una ragazza di quindici anni che narra la sua storia con un linguaggio e con un pensiero infantile, che dichiara in continuazione di essere favorevole alla frittata, alle vedove, forse al matrimonio ma non al marchese e nemmeno al pollaio; che qualsiasi emozione le procura “una languidezza di stomaco”; un padre silenzioso che, novello Bartleby, non sa far altro che dichiarare “non lo preferisco”, tutto questo io l’ho trovato oltremodo stucchevole.

Gli antefatti, relativi all’infanzia della protagonista, sono sovrabbondanti e non aggiungono nulla né in termini di suspense né di interesse: avrebbero potuto essere sforbiciati con grande vantaggio di tutti. L’amicizia tra Oliva, scura di pelle e un po’ selvatica, e Liliana, l’amica studiosa e politicizzata, ricorda un po’ troppo quella tra Lila e Lenù, ma assai meno geniale; il rapimento di Oliva lungo una strada solitaria, avvicinata da una donna che da un’auto sembra volerle chiedere un’informazione, e invece la carica dentro e via! verso il castello dell’Innominato, dove la ragazza resterà prigioniera per giorni, ecco, anche quella mi sembra di averla già letta da qualche parte.

Per non parlare della conclusione, spostata, come nel Treno dei bambini, molti anni avanti: ormai adulta, Oliva ripensa al “sugo della storia” alternandosi col padre, e i due ne traggono importanti insegnamenti, e il lieto fine c’è per tutti, anche per il cattivo. Almeno il Manzoni don Rodrigo l’aveva fatto morire di peste…

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