Aria Racconto di Marisa Salabelle

«Aria, aria!», disse la donna spalancando la finestra. Nella stanza ristagnava un odore di chiuso, di cibo, di disinfettante e quel particolare tanfo che emana da un corpo anziano troppo coperto e poco pulito.

«Chiudi, che c’è corrente!», strillò il vecchio dall’angolino in cui stava rincantucciato nella sua poltrona, il più lontano possibile dalla finestra, sotto vari strati di plaid e scialli sovrapposti.

«Via, babbo, non lo senti il puzzo? Bisogna cambiare l’aria almeno due volte al giorno. Altrimenti che cosa ci sei venuto a fare in montagna?»

In montagna! Credeva di lavarsi la coscienza così, sua figlia? Spacciando la triste casa di riposo dove l’aveva sbattuto per un delizioso resort alpino? Montagna, sì, come no: l’ospizio, che altro non era quel posto infame, si trovava in fondo a una stradaccia tutta curve, a 650 metri sul livello del mare, fuori da qualsiasi centro abitato, un posto da lupi, altroché.

«Da qui si vede tutto il bosco», continuava a cinguettare la figlia. «Sento cantare gli uccellini… e che arietta frizzante! Vieni, babbo, affacciati anche tu: non è fantastico? Sembra di essere nel regno delle fate!»

«Non ci penso nemmeno», ringhiò lui, «non voglio mica prendermi una bronchite! Goditelo tu, il regno delle fate.»

Aria, aria, tutti a magnificare l’aria di montagna, l’aria fina, frizzante, corroborante. Figuriamoci! Chiuso in quel ricovero per vecchi, appestato dall’odore di minestra di dadi, piscio stagnante e deodorante per ambienti, sai dove se la ficcava l’arietta frizzante, che non poteva nemmeno uscire sul balcone dal freddo che faceva. Sua figlia ragionava bene: aveva trovato il modo per sbarazzarsi di lui e doveva sostenere la parte fino in fondo. Che l’aveva fatto per lui, che era la sistemazione ideale, che l’aria di montagna gli avrebbe fatto bene. E lui la capiva, in fondo. Da quando era morta la sua povera moglie aveva resistito finché aveva potuto, da solo in quella casa vuota, a farsi la spesa e a cucinarsi da sé, ma quando aveva cominciato ad accusare seri problemi di salute e aveva perso la sua autosufficienza, che avrebbe potuto fare sua figlia? Di portarlo a casa con sé, neanche parlarne. E lo capiva, lo capiva benissimo. Sua figlia aveva il suo lavoro, la sua famiglia, che cosa se ne faceva di un vecchio come lui. E lui non voleva essere d’impiccio a nessuno, chiaro. Ma nemmeno gli garbava essere preso in giro, questo no. Se doveva andare al ricovero, ci sarebbe andato. Ma che non glielo facessero passare per una bella vacanza in montagna. Aria fina! Sai quanto gliene importava!

Ne aveva respirata, di aria, lui, aria di ogni qualità. Da piccolo aveva abitato in un miserabile appartamento gonfio di muffa, nel centro storico della città non ancora risanato e tirato a lucido per i turisti. L’umidità che c’era in quel tugurio! Sai quel tanfo di marcio… e le lenzuola del letto umide, e i panni sulla stufa ad asciugare, che sprigionavano a loro volta un odore che ti prendeva alla gola. E quando usciva di casa, le zaffate che uscivano dalle porte di botteghe e laboratori, dalle finestre delle case vicine: odore di ciabattino e di vinaio, puzza di cavolo lesso, di sapone a buon mercato, di candeggina. A scuola non è che si respirasse aria buona, d’altra parte: un’aria secca e umida allo stesso tempo, con la polvere di gesso che volteggiava ad ogni scuotimento di cimosa e faceva pizzicore al naso, e quel sentore di stalla, quell’afrore di tanti corpi ammassati nei banchi. Quando non capitava che qualcuno ne mollasse una di quelle buone…  L’aria della campagna non era poi meglio, quando coi genitori andava a trovare qualche parente, sterco di animali, erba bagnata, lezzo.  D’altra parte, in città,  era tutta un’esalazione di caldaie, impianti dell’aria condizionata, tubi di scappamento, nebbia, particelle sospese di chissà che robaccia. In fabbrica, a respirare l’amianto, s’era preso l’asbestosi. Perciò, che non gli parlassero di aria, a lui. Non gliene fregava nulla, dell’aria pura di montagna, del profumo dei fiori o delle bacche di ginepro, a lui, ora che gli restava da vivere poco, pochissimo. Non avrebbe tenuto la finestra spalancata, non si sarebbe fatto accompagnare sul balcone, non avrebbe aspirato a pieni polmoni, che polmoni, lui, non ne aveva più, il mesotelioma glieli aveva mangiati. Preferiva starsene accucciato sulla sua poltrona, sepolto in strati e strati di scialli e plaid, ad annusare il proprio odore di corpo già marcio, ad aspirare quel po’ d’aria viziata che circolava a stento nella camera, la sua tana.

Anche le due donne che si alternavano nel rassettargli la camera per prima cosa si affrettavano ad aprire la finestra. Che gli venisse un raffreddore, a quelle assatanate! Che poi, lui, che cosa rappresentassero quelle due non l’aveva mica capito. Che cos’erano, cameriere? Inservienti, infermiere o cosa? Una grassa, tutta salamelecchi, signor Brunetti di qua, signor Brunetti di là. L’altra, una seccagnola sgarbata, gli rimproverava il disordine, il cattivo odore, l’aria viziata. E dagli con quest’aria! Lo volevano capire che a lui l’aria gli mancava di dentro? Aveva voglia a spalancare porte e finestre. Sarebbe anche potuto andare in cima al Monte Bianco: aria non ne aveva più nei polmoni. L’ossigeno, però, non se lo volle mettere. Quei tubicini su per il naso, a quale scopo, poi. E non aveva nemmeno voluto che lo portassero in ospedale, né che chiamassero sua figlia. Farla arrampicare fin lassù, che bisogno c’era. Tanto lui sarebbe morto uguale. E gli andava benissimo di farlo da solo.

Fu quella grassottella a trovarlo, una mattina. La stanza era al buio e avvolta in un’atmosfera più pesante che mai.

«Signor Brunetti! Signor Brunetti, si sente bene?»

Per l’amor di Dio, c’era puzza di morto in quella camera. Corse alla finestra, aprì i vetri e le persiane. Aria, aria.

4 comentarios en “Aria Racconto di Marisa Salabelle

  1. Come ho detto anche sul mio blog, mi avevano chiesto un racconto «sull’aria» per un’antologia. Poi, al momento di inoltrarlo, mi sono resa conto che non era in linea con le finalità che l’antologia si proponeva, che erano quelle di valorizzare «l’aria della Toscana»!

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