Cella infame Di Marisa Salabelle

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Tommaso Conversini è stato un pistoiese di buona famiglia e di cospicuo patrimonio: nato nel 1811, era nipote di un altro pistoiese illustre, Niccolò Puccini. Entrambi filantropi, dedicarono parte delle loro ricchezze alla fondazione di istituti per giovani appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione. La Pia Casa Conversini, nelle sue sezioni industriale e agraria, e il Conservatorio destinato ad accogliere gli orfani hanno occupato diversi palazzi nel centro della città:  quando ero ragazza gli studenti dei Geometri avevano sede “ai Conversini”, nel vetusto palazzo che manteneva ancora il nome dell’antica Istituzione.

Nel corso di circa un secolo, la Pia Casa ha accolto migliaia di ragazzi, che grazie alla formazione ricevuta nell’Istituto hanno potuto riscattarsi dalla miseria e vivere decorosamente esercitando i mestieri a cui erano stati istruiti. Naturalmente la vita di un “giovane miserabile” in una Pia Casa non era una passeggiata: la disciplina era dura e nei casi estremi i ragazzi più ribelli venivano rinchiusi per 24 ore e anche più nella cella di rigore, una stanza ricavata nelle soffitte, fredda e spoglia, con solo una panca di pietra su cui dormire. L’esistenza della cella era documentata e nota da tempo, ma solo recenti lavori di restauro l’hanno portata alla luce.

«Ragazzi», dissi ai miei studenti, «voi vi lamentate della scuola, ma avreste dovuto vivere a quei tempi, allora sì che avreste assaggiato una dura disciplina!»

Proiettai sullo schermo della Lim, in aula audiovisivi, il breve video girato durante i lavori che portarono alla scoperta di quel bugigattolo. Ci si arriva tramite una scala stretta e buia, dagli altissimi scalini. È un locale angusto, dal soffitto altissimo, illuminato appena da una piccola finestra collocata molto in alto e munita di sbarre. Il letto è una panca addossata al muro, le pareti sono costellate di scritte a carboncino. Magnini Tullio, 7/4/1914. Brancolini Dino, 1925. Palandri Baldino. Ricordo di Galardi Rolando, 1935. Alcuni hanno lasciato solo il cognome: Innocenti, Maraviglia, Botti. Altri invece hanno scritto lunghe frasi che nel video non si riescono a decifrare. “Cella infame e vile”, sta scritto al centro di una parete. W LA LIBERTÀ su un’altra, in stampatello maiuscolo. “Morte alla spia”, racchiuso in un cerchio, e l’immancabile “Falla tutta”, universale esortazione urinaria. Non mancano, com’è facilmente intuibili, disegni a tema perlopiù erotico.

«È stato emozionante entrare in questa cella che ha ospitato tanto dolore» commentava, alla fine del filmato, il ricercatore cui si deve questa importante scoperta, «ed è un vero miracolo che questi graffiti, queste semplici frasi, questi nomi si siano conservati e siano giunti fino a noi, muti testimoni di tante giovani vite…»

Spensi il videoregistratore: un silenzio turbato regnava nell’aula. Li avevo stesi. Poi una voce si levò dalla platea.

«Professoressa, quel video è stato davvero impressionante. Però, mi domandavo… se le scritte sui muri sono testimonianze preziose, che ci parlano di giovani vite e sofferenze indicibili… come mai l’anno scorso noi ragazzi della Seconda A siamo stati costretti a imbiancare le pareti dell’aula, sulle quali avevamo espresso tutta la nostra sofferenza di scolari? E come faranno gli studiosi, fra cent’anni, a ricostruire le nostre esistenze sventurate, senza quella preziosa testimonianza, sepolta sotto strati di vernice?»

3 Comentarios Agrega el tuyo

    1. jeje Un abrazo juan

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  1. zipgong dice:

    mai imbiancare i sepolcri…

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