Conforto

el

By Lorella Costa

(link blog)

Dopo aver salutato la compagnia di amici, H. si incamminò lungo la strada a passo lento.

Aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e le sembrava che le gambe la sostenessero quasi per gioco.

Si sentiva in colpa, perché un po’ le piaceva avere l’illusione di volare.

La strada su cui stava fluttuando era illuminata dalle vetrine e dalle insegne dei negozi chiusi. Vedere la città così vuota, a quell’ora della notte, era un privilegio silenzioso.

Ripensò alla lunga serata appena trascorsa. Si era divertita, prima la mostra di K., che le aveva ricordato quanto potesse essere brillante il rosso di una bocca femminile, poi l’aperitivo nella piazzetta delle ortensie, e la cena, alla scoperta di nuovi, improbabili sapori.

Quindi via, per locali, ad ascoltare buona musica e a lasciar cadere, a ogni nota, un pezzo della maschera. Era bello ritrovarsi così, con gli amici di sempre, e raccontare, trarre l’uno dall’altra incoraggiamento per le idee folli da realizzare: un lavoro diverso, un amore folgorante, un viaggio a lungo atteso.

H. si era divertita. Ma i negozi, attorno a lei, erano chiusi.

Erano vuoti.

A ogni passo si sentiva rimpicciolire. Era come se la sua esistenza, all’improvviso, si stesse contraendo.

Scosse la testa, per liberarsi. Stava abbandonando quella serata, stava per smettere di fluttuare, stava per riprendere a camminare con le scarpe basse, comode, noiose della vita, quella vera.

Oh, non era la prima volta che le capitava. Quella malinconia l’attanagliava spesso, quando capiva di dover tornare a essere tutto quello che gli altri si aspettavano da lei. E se lo aspettavano perché era lei a permetterlo.

Sospirò. Sapeva che sarebbe successo, ma avrebbe voluto che quella sensazione di leggerezza e onnipotenza l’accompagnasse almeno fino al pianerottolo di casa.

Ogni volta, dopotutto, era più difficile accettare quella transizione tra la vita che avrebbe voluto afferrare -e in quelle serate si convinceva di averne la forza e la capacità- e la vita che doveva calpestare e prendere a calci, ogni giorno.

Provò a stringere a sé tutto il bello che quelle ore le avevano regalato, ancora per un po’. Comprese però che avrebbe avuto bisogno di qualcosa, di qualcos’altro, per riuscire nell’impresa. E lo chiese.

In lontananza, fuori da uno dei più vecchi pub di Cagliari, un gruppo di amici scambiava le ultime chiacchiere prima dei saluti. H. sorrise, erano lo specchio di quanto aveva vissuto lei, appena una decina di minuti prima.

Li sfiorò, senza guardarli, e si sentì chiamare. Riconobbe subito la sua voce.

-Ehi! Come stai?- chiese.

Era W. Non poteva dire di conoscerlo bene, ma le piaceva parlare con lui.

In pochi minuti si raccontarono qualche bugia di circostanza e più verità di quante essi stessi fossero consapevoli. Su come stavano e su cosa avrebbero voluto fare della loro vita.

Si salutarono, sfiorandosi le guance con un bacio. Per un istante, però, esitarono prima di allontanarsi e W. prolungò la stretta sulla sua mano destra, imprimendo una forza che era quasi un marchio d’appartenenza. H. ricambiò, le dita sottili intrecciate alle sue.

Riprese a camminare e arrivò fino al portone del suo palazzo. Quando si ritrovò sul pianerottolo di casa pensò che ce l’avrebbe fatta, anche quella volta.

Sarebbe tornata a calpestare la vita, a prenderla a calci, ma avrebbe avuto la stretta di W. a ricordarle quanto potesse essere rapido e leggero il suo passo.

***

Un racconto “vecchio” di quattro anni, che pubblicai su Medium. Ah, la città di notte!

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