Cesare Pavese e il cinema

By Pina Bertoli

Blog: ilmestieredileggereblog

Qualche giorno fa, ho letto un articolo molto interessante a firma Pino Farinotti sulla rivista Rolling Stone (lo trovate qui). L’articolo si intitola “Dal libro al film: il cinema impossibile di Cesare Pavese” e propone una serie di riflessioni su Pavese e il cinema, prendendo spunto dall’interessante volume pubblicato da Einaudi Il serpente e la colomba, curato da Mariarosa Masoero, dove vengono raccolti i soggetti cinematografici di Cesare Pavese. Premesso che il libro è del 2009 e fuori collana, si può forse trovare nell’usato.

Dalla sinossi del libro:

Tra il marzo e il giugno del 1950 Pavese scrive otto soggetti per il cinema. Il suo sogno era scrivere un film per le sorelle Dowling, conosciute a Roma alla fine del 1949 e subito diventate importanti nella sua vita, come amica Doris, come ultimo grande amore Constance. Questo furioso lavoro di scrittore per il cinema, cosi concentrato nel tempo, fa esplodere la sua antica passione per la decima musa, coltivata fin dagli anni giovanili in tutte le sale cinematografiche torinesi. Questa passione ha nutrito nel profondo l’immaginario di Pavese, che ha anche scritto diversi saggi critici sul cinema come arte contemporanea, sui suoi film preferiti, sull’America vista attraverso le grandi e piccole mitologie dello schermo. Mariarosa Masoero ha qui raccolto sia gli scritti teorico-critici sia i soggetti cinematografici, editi e inediti, dando il quadro completo del rapporto di Pavese con il cinema, un rapporto che ha influenzato profondamente la sua scrittura nei temi, nelle atmosfere, nella grammatica narrativa, nello stile. A corollario, viene presentato per la prima volta anche un saggio sul teatro di varietà, ugualmente frequentato dal giovane Pavese e per diverse ragioni legato al suo “vizio” cinematografico.

Pavese era appassionato di cultura americana (ben ricordiamo le sue traduzioni e saggi), che lo scrittore definiva così: “Quella americana è una civiltà greve di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente”. E se la letteratura americana lo aveva così tanto attratto, anche il cinema fece breccia nel suo cuore, e ad esso Pavese volle dedicare parte della sua attività creativa. I suoi biografi riportano, su questa passione, una frase significativa che lo scrittore disse una volta, rispondendo alla domanda di un cronista che gli chiedeva chi fossero i suoi autori preferiti: “Thomas Mann e Vittorio De Sica”, disse senza esitazioni. Quando, con la tesi di laurea su Walt Whitman, nel 1930, inizia a scoprire la letteratura d’oltreoceano, la sua attenzione si concentra soprattutto sul cinema americano. Pavese andava al cinema quasi tutti i giorni. Risalgono al 1929 il primo e al 1930 il secondo saggio di critica ci­nematografica, pubblicati su “Cinema Nuovo” nel 1958 che esprimono chiaramente il rapporto stretto che per Pavese lega cinema e letteratura. Di sicuro avrebbe voluto che i suoi romanzi diventassero soggetti per produzioni cinematografiche, e forse ciò non sarebbe stato facile, o quantomeno i suoi soggetti, così imperniati sull’introspezione, sugli stati d’animo, sulle emozioni, avrebbero richiesto un lavoro di resa sullo schermo molto attento.

Compone dei sog­getti cinematografici che già rispecchiavano il suo sguardo drammatico sulla vita. Un uomo da nulla, pubbli­cato nel 1979 sul settimanale “Tutto libri”, è una sceneggiatura per un film muto, rimasta in fase di bozza ma che ugualmente rivela la vena autobiografica, carica di quella tristez­za malinconica che lo ha accompagnato sino alla fine. Negli anni Quaranta Pavese scrive altri soggetti, i critici ne calcolano otto, desti­nati al cinema sonoro. Due di questi, pubblicati su “Cinema Nuovo” nel 1959, sono Il dia­volo sulle colline e Breve libertà. Pavese li pensa per essere interpretati da due attrici americane, conosciute a Roma alla fine degli anni Quaranta, le sorelle Dowling, Doris e Constance (del rapporto con quest’ultima ho parlato in questo post.

Nel 1955 Antonioni dirigeva Le amiche, con un cast cospicuo, Eleonora Rossi Drago, Valentina Cortese, Yvonne Furneaux e Gabriele Ferzetti. Un gruppo di amiche gravita intorno a una sartoria di moda. Una, “alla Pavese”, si suicida. Non è un film memorabile, comunque trattasi di opera di un grande scrittore nelle mani di un grande regista: qualcosa significa. È il miglior tributo del cinema a Cesare Pavese. Nel 1985 Vittorio Cottafavi diresse, per la televisione, Il diavolo sulle colline, uno dei tre racconti del volume La bella estate. Storia di tre amici diversi per cultura e censo, che si confrontano mentre incombe la guerra. Nel ’92 la regione finanziò il film televisivo Prima che il gallo canti, romanzo quasi autobiografico che raccontava il periodo del confino a Brancaleone, in Calabria, nel 1935. Il regista era Mario Foglietti, l’interprete Giuseppe Pambieri.

Le amiche, di Michelangelo Antonioni

Dalla nube alla Resistenza (1979) è il titolo del film del regista franco-tedesco Jean-Marie Straub e di sua moglie Danièle Huillet che offre finalmente un vero tributo cinematografico all’opera letteraria dello scrittore piemontese.  E’ diviso in due parti, entrambe debitrici al “Bertolt Brecht italiano”, come disse Straub di Pavese. Nella prima si mettono in scena alcuni Dialoghi con Leucò, la seconda si ispira invece a La luna e i falò, con il personaggio detto Bastardo che a guerra finita torna nel suo paese delle Langhe dopo un lungo esilio. 

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