Superstar By Lorella Costa

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Yvonne Elliman, Ted Neeley:”Jesus Christ Superstar” on “NBC Monday Night at the Movies” 1976

(Blog di Lorella)

Nel 1970 esce il concept album Jesus Christ Superstar, musiche di Andrew Lloyd Webber e testi di Tim Rice: l’ultima settimana della vita di Gesù viene raccontata in musica e il successo è tale che nel 1971 l’album si trasforma in un musical di Broadway, destinato a un successo mondiale e durevole nel tempo; la definitiva consacrazione arriva con il film, che debutta nelle sale cinematografiche nel 1973 con la regia di Norman Jewison.

Il racconto della Passione di Cristo si basa sui Vangeli canonici ed è rivoluzionario: in questo aspetto, probabilmente, coglie l’anima più genuina del messaggio di Gesù, che rompe gli schemi dell’autorità costituita e denuncia le ingiustizie della società. Nei primi anni ’70, questa volontà di ribellione si traduce in un’aderenza ai valori e all’estetica del mondo hippie, sottocultura della beat generation: il musical, dunque, è un cortocircuito di idee, in cui i movimenti del ’68 si riverberano in modo sorprendentemente efficace. Il cast, nel film in particolare, è il frutto di una scelta ben precisa: Giuda, il traditore, è interpretato da Carl Anderson, attore e cantante di colore, mentre Maria Maddalena è Yvonne Elliman, artista statunitense i cui lineamenti orientali -sua madre era di origini giapponesi- rappresentano un richiamo al Vietnam, alla guerra che lo insanguina e che i figli dei fiori condannano con nettezza. Ancora, quando Giuda decide di tradire Gesù, nel cielo sfrecciano due caccia militari: il film è stato girato nel deserto di Negev, in Israele, negli anni in cui il paese si accingeva a vivere una delle fasi più gravi del conflitto arabo-israeliano, la guerra del Kippur.

E dunque, se all’apparenza l’estetica degli anni ’70 -nella colonna sonora e nelle coreografie, nei costumi e nelle scenografie- può apparire stridente se accostata ai Vangeli, eccola invece attualizzarli, trasformandosi nel veicolo migliore per raccontare quel giovane uomo ribelle che è stato Gesù e per avvicinarlo ai giovani, interpretando la loro voglia di un cambiamento che la società, ancorata a interessi e privilegi di un mondo in decadenza, respinge.

Al cinema il volto di Gesù è quello dell’attore e cantante Ted Neeley, che a teatro, inizialmente, è il sostituto del protagonista, salvo poi conquistare il ruolo principale a colpi di standing ovation; l’aspetto che maggiormente traspare, nella sua interpretazione, è la fragilità dell’uomo, che si avvicina al proprio destino e lo teme. La scrittura di Tim Rice, del resto, pone sempre l’accento sull’umanità dei personaggi, che lottano con i propri sentimenti, le speranze e le paure: è struggente, nella voce di Neeley, la disperazione di Gesù, e spinge il senso di impotenza e di ingiustizia in avanti, oltre il tempo, in modo che chiunque possa riconoscersi in quel sentire, così come nel dubbio rabbioso di Giuda e nell’amore impossibile, e tuttavia incrollabile, di Maria Maddalena.

Che sia l’umanità, dunque, a fare di questo Gesù una “superstar”, capace di emozionare coloro che si imbattono nel suo cammino, che siano credenti o meno?

Ricordo bene la prima volta in cui è accaduto a me: era un “Bellissimo” di Rete 4, in una notte di venerdì santo di tanti anni fa. Soffiava un vento fortissimo, a Cagliari, e la casa profumava di amaretti. Lui era bellissimo e la musica, le canzoni si sono incise lì, nel profondo, e non se ne sono più andate. Certo, io e la sorellina minore quella volta abbiamo riso parecchio, lo ammetto, a vedere alcuni costumi -e le coreografie!-, ma oggi posso dire con certezza che non sarebbe davvero Pasqua senza Jesus Christ Superstar.

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