Il pezzo buono by Lorella Costa

Vi presentiamo un nuovo collaboratore di MasticadoresItalia. Benvenuta Lorella! Verrà pubblicato ogni 15 giorni ogni sabato.—j re crivello


Lorella Costa

Esperta di narrazione, cura l’ideazione e la realizzazione dei laboratori di lettura, scrittura e fumetto per ragazze/i de Il Giromondo. Collabora come progettista culturale con il Centro Internazionale del Fumetto e con il Polo Bibliotecario Falzarego 35 di Cagliari. Scrive di cinema per la rivista S&H Magazine. Ha curato l’editing per diversi progetti editoriali; è autrice di testi per reading e performance teatrali.

Il pezzo buono by Lorella Costa (Link blog)

È dannatamente difficile staccarsi dal flusso di immagini che vengono dai notiziari.

Ci provo, perché è stato San Patrizio e, nonostante tutto, qualche nota irlandese si è insinuata dalle città del mondo nel frastuono della giornata, si è fatta strada e ha fatto vibrare con insistenza una storia bella, bellissima, che dell’Irlanda ha il sapore, nel carattere del suo protagonista, e che mi è arrivata una decina di giorni fa, come un piccolo dono prezioso. La storia ha la forma di una stella d’ottone a cinque punte e si chiama “Endurance”, la storia è un veliero, 3 alberi, costruito nel 1912 in Norvegia e varato con il nome “Polaris”: nel suo destino, però, c’è un certo Ernest Shackleton -ed ecco l’Irlanda- che la ribattezza ispirandosi al suo motto di famiglia, “By endurance we conquer”, e nel 1914 la porta a incrociare in Antartide. Attraversare il Polo Sud, giacché è stato conquistato dai norvegesi di Roald Amundsen nel 1911, è l’obbiettivo: nel Mare di Weddell, però, l’Endurance si ferma, intrappolata dal ghiaccio, dal “pack”, e rimane lì incastonata per 11 mesi, da gennaio a novembre del 1915, anno di Guerra quello, Grande Guerra. L’equipaggio, del frastuono delle armi, sente forse solo lo spettro: gli uomini si accampano sul ghiaccio e vedono l’Endurance cedere, inabissarsi, mentre Shackleton urla “Se ne sta andando, ragazzi!”

Photo by Frank Hurley

28 uomini, si salveranno tutti dopo un viaggio incredibile, fatto di privazione e attesa, resistenza e fortuna, tenacia e sfida, con la natura, con se stessi e con chissà quali altri demoni, e ancora, ancora tenacia. Tre uomini in marcia nella South Georgia, e tra loro Shackleton ovviamente, per raggiungere Stromness,  stazione baleniera, avamposto di civiltà, e portare l’equipaggio  seminato indietro, custodito dalla neve, in salvo. È l’agosto del 1916.

E l’Endurance? Stabilire il punto esatto in cui si è inabissato il veliero è quasi impossibile. Le speranze di ritrovarlo, praticamente nulle. Ci hanno provato a localizzarlo, ma nel 2019, per esempio, hanno fallito.  Doveva succedere il 5 marzo 2022, 100 anni dopo la morte di Ernest Shackleton, sepolto nella South Georgia il 5 marzo del 1922. Doveva essere la missione Endurance22 a riuscirci, a fendere il ghiaccio, a perdere le speranze, ad avere ancora pochi giorni di tempo a disposizione e, con tenacia, a continuare a cercare e, infine, a veder brillare, sul fondo del mare di Weddell, la stella d’ottone a cinque punte, con  sopra la scritta “Endurance”, a poppa del veliero.

“Bisognerebbe avere il cuore di pietra per non emozionarsi a vedere quella stella”, ha detto l’archeologo subacqueo Mensun Bound, descrivendo il momento del ritrovamento.

Mi scuso, mi scuso perché queste poche righe non rendono minimamente l’idea dell’epopea di Ernest Shackleton, che ebbe una vita difficile, in cui però quella stella ha brillato, ah se ha brillato!, né dell’importanza della scoperta di un relitto conservato  così bene sotto il ghiaccio: per questi dettagli potete trovare in rete dei bellissimi articoli.

La storia è bella, perché è una “fine” che pare scritta da un bravissimo sceneggiatore, perché per me è iniziata sulle pagine di un vecchio Atlante De Agostini, quello con la foto del deserto al tramonto sulla copertina, quando avevo 13 anni; perché quel relitto è un tributo a un uomo, in particolare, e alla capacità di resistenza, in generale, ed è un dono dal passato, quel passato che non si dovrebbe mai dimenticare.

La stella d’ottone, nonostante tutto, fa vibrare il pezzo buono dell’animo, quello che è separato dal pezzo avvelenato, intossicato dal mondo orribile che rimbalza sui notiziari. Il pezzo buono c’è e, anche se di questi tempi capita di vergognarsene, deve resistere, proprio come quella stella.

2 Comentarios Agrega el tuyo

  1. Lorella_Co dice:

    Grazie! Sono molto felice di far parte del gruppo di MasticadoresItalia!

    Le gusta a 1 persona

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