Eterea levità, fu il tuo sorriso

Smarrimento d’un attimo infinito.

Tutto successe a un tratto: all’improvviso

una dolcezza sul sentiero trito.

 

Sfiorai il cielo sublime con un dito:

tutto mutò, tutto fu gioia e riso;

ubriaco ormai, mi ritrovai stupito

percorrendo le vie del paradiso.

 

Oblio di sogno, attesa sulla vana

rarefazione al palpito del giorno,

m’incamminai di nuovo oltre la soglia.

 

Eri di luce chiara, eri la voglia

urgente d’un sospiro, d’un ritorno

senza il filo che attorto s’addipana.

Incredibile, forse; eppure, mi è capitato proprio così, come canta Alfredo alla sua trasognata Violetta: «Un dì, felice, eterea, / mi balenaste innante, / e da quel dì tremante / vissi d’ignoto amor. // Di quell’amor ch’è palpito / dell’universo intero, / misterioso, altero / croce e delizia al cor». Non so se sia l’arte a ispirarsi alla vita o la vita all’arte. Qualcuno, dall’alto del suo genio, scrisse che «di natura arte par, che per diletto / l’imitatrice sua scherzando imiti» (T. Tasso, Gerusalemme liberata, XVI 10, 3-4). È specchio, tutto qui, in cui ci si smarrisce e ci si ritrova a un certo punto. Mi fa sempre sobbalzare il verbo «ritrovarsi», come ci racconta il massimo tra tutti i pellegrini della storia che, «nel mezzo del cammin di nostra vita / si ritrovò per una selva oscura» (Inf. I 1-2). Ecco, così, si ritrovò, come successe a me, davanti a quella luce chiara. Fu un ritrovare me stesso. L’ho capito attraverso i versi di Piave.

È specchio, certo, è soglia che impercettibilmente si supera, senza accorgercene. La realtà ci si mostra per quella che veramente è. Ci si mostra o ci appare, in quell’eterno gioco di deformazioni che chiamano vista, udito, tatto, olfatto, forse pure gusto. Tutto si trascolora, tutto assume un senso diverso e divergente nell’aura in cui ci immergiamo. E si giunge a toccare il cielo con un dito, come confessò Orazio al suo Mecenate, per ringraziarlo di avergli concesso di essere quel che desiderava: «sublimi feriam sidera vertice» (carm. I 1, 36). Era davvero l’anima mundi, «di quell’amor ch’è palpito / dell’universo intero». A quella voce chiara trasalii d’un tratto, come quel Morvàn che «viveva con sua madre in Cornovaglia: / un dì trasecolò nella boscaglia» (G. Pascoli, Breùs, I 1-2). I sogni ci si palesano davanti e noi cominciamo a inseguirli. Così nasce l’amore.

A volte me lo domando e non posso che rivolgere lo stesso quesito a quella donna meravigliosa: che fu quel giorno? Chiara nell’orecchio ho la tua voce, luce nei ricordi in cui spesso mi specchio e mi rispecchio. Fu il primo giorno, certo, quella prima volta in cui tutto cominciò, quasi per sbaglio. Ecco, appunto, quasi, perché sbaglio non fu, fu certamente segno da decifrare, simbolo da riconoscere, un po’ come il famoso filo che legava Arianna e Teseo. Ora noi diciamo che è la memoria, perché abbiamo nell’orecchio che «un filo s’addipana» (E. Montale, La casa dei doganieri, 11). Sul limite a strapiombo, sulla frontiera che più non si vede, la memoria è un filo che non può non legare. Nel mio caso, almeno, è così, voglio che sia così. Eri «felice, eterea» e «mi balenasti innante»: me lo canto e me lo ricanto. Il più è avere il coraggio di farlo davanti a quell’eterna luce chiara. Ma verrà il giorno: ne sono sicuro.

© Federico Cinti (Link blog)

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Un comentario Agrega el tuyo

  1. Muy bueno! «Fu il primo giorno, certo, quella prima volta in cui tutto cominciò, quasi per sbaglio. Ecco, appunto, quasi, perché sbaglio non fu, fu certamente segno da decifrare, simbolo da riconoscere, un po’ come il famoso filo che legava Arianna e Teseo.»

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