Auður Ava Ólafsdóttir, La vita degli animali By Pina Bertoli

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(Blog di Pina)

La vita degli animali, di Auður Ava Ólafsdóttir, Einaudi editore 2021, traduzione dall’islandese di Stefano Rosatti, pagg. 160

Inizio l’anno con una lettura che mi ha deluso…. Speriamo non sia un trend…. Mi ha deluso perché avevo letto Hotel Silence che mi era molto piaciuto, quindi avevo delle aspettative su questo nuovo romanzo di Auður Ava Ólafsdóttir, aspettative alimentate anche dalla sinossi che si prospettava bene.

Contrariamente a quanto faccio di solito, non apro la recensione con una citazione, perché non sono riuscita a trovare un brano che mi abbia colpito.

I temi che emergono nel romanzo sono in effetti profondi e ottimi spunti di riflessione, ma il problema è lo stile: la narrazione si dipana senza una trama forte e decisa, in una forma diaristica piuttosto piatta e talvolta prolissa. La protagonista racconta in prima persona in un flusso senza nessuna emozione, nonostante, ripeto, i temi, che trattati così perdono tutta la loro forza. Parla delle storie che le accadono al lavoro con le colleghe e le pazienti, poi i dialoghi con le amiche e la sorella meteorologa, il vicino di casa – un turista australiano che è lì in vacanza -, un elettricista marito di una donna che lei ha assistito al parto, e su questo si innestano gli scritti della defunta zia. Il tutto si svolge nei giorni che precedono il Natale, festività per eccellenza legata alla nascita, e alla luce.

Ma facciamo un passo indietro. La protagonista Dýja ha ereditato il mestiere di ostetrica dalla zia Fífa e da una lunga tradizione di famiglia. Un mestiere legato alla nascita, al venire alla luce: la luce, infatti, è uno dei poli della narrazione, insito anche nel sostantivo ostetrica, che in islandese è composto dalle parole madre e luce. L’autrice ci dice anche che proprio questa parola è stata votata nel 2013 la parola più bella della loro lingua. Dunque un sostantivo e una funzione carica di un grande significato, emotivo ed escatologico.

L’altro polo è quello del buio, espresso nella rilevanza climatica che riveste in un paese come l’Islanda, e simboleggiato dal mestiere di famiglia, dato che i genitori hanno una agenzia di pompe funebri.

Dýja era molto legata alla zia, presso il cui appartamento si era già trasferita quando lei era anziana, e che le è toccato per metà in eredità, mentre l’altra metà andrà alla protezione animali. Sia lei che la zia vivono il loro mestiere di ostetriche come una missione, non hanno avuto figli loro, e nemmeno relazioni sentimentali degne di un ruolo nelle loro vite.

Quando la zia muore, Dýja, in fondo all’armadio, ritrova uno scatolone in cui la zia aveva lasciato i suoi scritti, elaborati forse nel corso della vita, riposti senza un preciso ordine, né tematico, né cronologico, costringendo la nipote ad un lungo lavoro di esame e riordino dei testi. Gli scritti ritrovati contengono riflessioni sulla vita, sull’esperienza del parto, sull’essere umano nella sua condizione di bambino e poi di adulto, studi cui la zia si dedicava sulla natura umana, agli animali, alla fisica (c’è uno studio sulla presenza di luce all’interno dei buchi neri). E poi alcuni articoli pubblicati su un giornale locale. Ci sono anche lettere che la zia ha scambiato con un’amica di penna gallese per decenni e una raccolta di interviste che la zia aveva fatto a sessanta ostetriche, sparse per il paese, alcune molto anziane.

Attraverso questi espedienti narrativi, l’autrice fa compiere alla protagonista una serie di riflessioni andando a toccare temi di attualità come l’ambiente, i cambiamenti climatici – su cui insiste anche la sorella meteorologa – e poi le questioni di genere, la maternità, la tecnologia e via così, fino al ruolo della scrittura, del linguaggio. Insomma, una specie di zibaldone in cui tutto sembra buttato giù in modo piatto strizzando l’occhio alle tendenze di pensiero attuali.

Come ho detto all’inizio, una vera delusione, peccato, perché non c’è alcuna emozione, è tutto piatto, monocorde, noioso. Naturalmente questo è solo il mio punto di vista, può darsi che non abbia saputo cogliere il valore del libro, che non sia stata capace di andare a fondo… mi piacerebbe sentire pareri diversi.

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