Assenza: Diletta, verso la fine…

Estratto dal libro di Pina Bertoli in esclusiva per MasticadoresItalia




Certe mattine invernali mi rovinano l’umore. Prendiamo oggi: la temperatura è glaciale e le previsioni dicono che non salirà oltre lo zero nemmeno a mezzogiorno; la nebbia difficilmente si alzerà.

Mi sono appena svegliata; in ritardo perché al primo accenno della sveglia del telefono, invece di posporla di dieci minuti, l’ho disattivata. Mi succede spesso, deve essere uno di quegli atti di ribellione che si compiono inconsciamente.

Mi alzo e mi preparo velocemente, saltando tutta una serie di attività, tipo la colazione. Cammino per strada a passo spedito per raggiungere prima possibile lo studio dove lavoro; devo essere lì entro le nove e manca una manciata di minuti, e poche centinaia di metri.

Sui marciapiedi stretti la gente cammina veloce, si sfiora, si urta, a volte chiedendo subito scusa, oppure lanciandosi uno sguardo incattivito. Mi viene in mente che domani parto per Roma per una causa in tribunale e qualcuno deve accompagnare Filippo dall’oculista. Istintivamente, la mano cerca il telefono nella tasca della giacca. Mi blocco davanti al portone del palazzo, sono smarrita: guardo il telefono come se d’un tratto

fosse diventato un oggetto inutile. Che idiota, non posso chiamarti, non posso farlo. Non più.

In una sera come tante, sono bastati pochi attimi per rendere definitiva la tua assenza. Una bella serata di fine estate, quando la luce calda e malinconica di un tramonto sul mare presagisce una notte calma, e il rosa diffuso sul cielo già scurisce e profuma l’aria di sabbia umida. Una manciata di minuti dove la fine del pomeriggio stenta a divenire sera, indugia sui colori e sulle fragranze, come per uno struggente addio. Un attimo di pace che riconcilia l’uomo con tutto ciò che di naturale lo circonda; un momento mistico e al tempo stesso sensuale, di unione spirituale e carnale dell’umano con il divino. La benedizione della luce prima di affrontare il buio della notte. Rasserenato, incoraggiato dalla comunione con l’universo mondo che per

un attimo si è fermato ad aspettarti, sei uscito in giardino a fumarti quella che sarebbe stata l’ultima sigaretta; lo avresti fatto se ti avessero chiesto qual era il tuo ultimo desiderio, ne sono sicura, ed è successo nella realtà, prima che te ne andassi, nella maniera che avevi sempre sperato: un attraversamento veloce, senza sofferenza.

È difficile descrivere come ci si sente nell’assistere alla morte del proprio padre; si rischia di essere patetici o cinici. Si commette l’errore di volere trascinare nel proprio baratro di emozioni chi non le ha vissute e, per grazia ricevuta, ne sarà risparmiato.

Non lo farò; è un turbamento che terrò per me, non sarò mai capace di esprimerlo, né del resto, voglio farlo. È qualcosa che sta esattamente all’opposto di vedere un figlio nascere dal proprio corpo ma, esattamente come per questa meraviglia, le parole non bastano per raccontarla. Da tempo, in cuor tuo, sono sicura ti augurassi che ciò accadesse quanto prima. Niente di quello che ti stava attorno sembrava dare più un senso alla tua vita, che forse mai ti è veramente appartenuta e che in molte occasioni sembrava sparire e poi tornare fuori per magia, come il coniglio nel cilindro dell’illusionista. Non è stato semplice essere tua figlia: non lo è stato da piccola, né da grande; non perché tu non fossi un buon padre, non saprei neanche come definire “un buon padre”. Eri mio padre e basta; non ti ho scelto, mi sei capitato.

Esserti figlia mi ha costretto fin da piccola a confrontarmi con il dovere scegliere da che parte stare; provavo spesso il disagio di sentire attorno a me atteggiamenti inconciliabili, ostili, e mi sentivo schiacciata dal dover prendere delle posizioni quando invece volevo stare da tutte e due le parti, o da nessuna.

Per certi versi, il tuo modo di vivere mi ha fatto crescere alla svelta, nel tentativo di dare un senso a quello che accadeva; mi ha fatto perdere tante candide illusioni di bambina che guarda i propri genitori come la perfezione fatta persona.

Spesso mi sono accanita nel volere giudicare i comportamenti degli adulti con cui sono cresciuta: ora ho capito che giudicare serve a ben poco, meglio provare a capire.

Deja una respuesta

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Salir /  Cambiar )

Google photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google. Salir /  Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Salir /  Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Salir /  Cambiar )

Conectando a %s