La solitudine del limone by Giovanna Fumagali

(blog di Giovanna)

Molti anni fa, mia suocera mi ha regalato una pianta di limone della quale vado veramente fiera, innanzitutto perché sono riuscita a tenerla in vita e poi perché almeno una volta all’anno mi regala qualche piccolo limone dal profumo strepitoso.

I primi anni, all’arrivo dell’inverno, portavo la pianta in taverna per proteggerla dalle gelate mattutine, poi quando le ho cambiato vaso ed è diventata troppo pesante per essere trasportata, ho acquistato un apposito telo per ricoprirla e così ogni Novembre la saluto con un po’ di tristezza perché so che trascorrerà l’inverno in solitudine.

Il limone è una pianta originaria dell’Estremo Oriente, nel Mediterraneo venne introdotto solo più tardi, verso l’epoca romana e in Italia la produzione maggiore è nelle regioni calde del sud: Campania, Calabria e Sicilia.
I frutti vengono raccolti più volte durante l’anno quando sono ancora verdi, perché vengono fatti maturare in ambienti con una temperatura tiepida.
La pianta di limone è così bella che viene utilizzata anche come pianta ornamentale e il limone offre innumerevoli benefici: contiene in grandi quantità la vitamina C molto importante per la salute, ma anche sali minerali, calcio, ferro e fosforo.
Si può utilizzare ogni parte del limone, dal frutto, alle foglie, ai fiori, al succo. In modo particolare quest’ultimo ha un potere disinfettante, dissetante e digestivo (quanti di noi si preparano una bella limonata calda quando hanno problemi di digestione?)

Il limone è uno strano agrume, ma io ne sono innamorata.

Difficilmente lo si consuma da solo, insomma non è certo un’arancia, il suo sapore aspro lo rende un po’ difficile da gustare, però in cucina si adatta a tantissime preparazioni, dolci e salate, è bellissimo da guardare e da annusare: il suo colore, la sua forma lo rendono un frutto elegante, che si distingue da tutti gli altri.

Ci pensavo un po’ in questi giorni d’autunno inoltrato alla solitudine del mio limone.

 Solitudine

Sensazione di disagio che si manifesta quando abbiamo bisogno di affetto o compagnia, oltre che di appartenere a un nucleo sociale.

Siamo esseri umani creati per avere una vita sociale intessuta di relazioni, per essere circondati da altri esseri umani: poter discutere e condividere ha un influsso positivo sia sulla nostra salute mentale che su quella fisica.

Insomma, non siamo nati per vivere in solitudine.

Eppure per una serie di ragioni che a volte neppure noi comprendiamo fino in fondo, ci sono giorni in cui ci ritroviamo immersi nella solitudine più profonda, pur essendo iperconnessi con il mondo intero, pur essendo circondati da tanta gente, pur non trovando dentro o fuori di noi, ragioni valide per le quali sentirci soli.

Durante i lunghi mesi di lockdown abbiamo imparato a fare i conti con il fatto di essere socialmente isolati e se alcune persone avranno realizzato di essere capaci di convivere con se stesse, altre avranno scoperto quanto possa essere frustrante vedere le persone care solo attraverso uno schermo.

Esistono diversi tipi di solitudine.

A volte possiamo essere completamente circondati dalle persone e sentirci comunque soli, perché la solitudine che proviamo somiglia a un malessere che arriva da dentro, riempie testa e cuore e non c’è modo di alleviarla.

Altre volte invece siamo soli fisicamente e non ci capacitiamo di come siamo arrivati a quel tipo di solitudine. Ci domandiamo dove sono finiti i legami che ci tenevano uniti ai nostri cari, la famiglia d’origine, gli amici, quel marito o quella moglie che ha preso strade diverse dalla nostra.

E poi c’è la solitudine che alla fine è diventata paradossalmente, una compagna di vita.

Io ho sempre amato la solitudine, forse perché sono cresciuta in una famiglia numerosa dove c’era sempre qualcuno in ogni angolo della casa, con qualcosa da raccontare, o forse perché anche la famiglia che ho costruito con mio marito riempiva ogni spazio vuoto.

Quando poi la solitudine si è presentata alla mia porta offrendosi in tutta la sua imponenza, ho deciso di farla entrare nella mia vita, non come presenza da subire, ma come strumento di ricerca di nuove strade da percorrere.

Quando sono sola mi sintonizzo meglio con il mio corpo, la mia mente, i miei bisogni: nella solitudine i pensieri si fanno più nitidi e la direzione da intraprendere, più chiara.

Ma strada facendo ho anche imparato che la solitudine, se glielo concediamo, può tessere una pericolosa ragnatela attorno a noi nella quale attirarci e soffocarci senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Ed è in quei momenti lì che diventa necessario combatterla, sconfiggerla, vincerla.

Scuoterci da quel torpore nel quale ci ha attirato dandoci l’illusione di starci bene dentro, e fare un lungo salto che ci permetta di scavalcare il fossato che ci siamo costruiti intorno che in apparenza protegge, ma in verità isola.

Uscire per tornare ad andar verso gli altri che guarda un po’ sono rimasti pazientemente ad aspettare.

“Lloyd non capisco come mai alcune persone abbiano così paura della solitudine”
“Ho l’impressione che sia perché non colgono la differenza tra il restare soli e lo stare soli, sir”
“Ed è una grande differenza, Lloyd?”
“Più o meno quella che c’è tra il dover trovare qualcuno e il poter cercare se stessi, sir”
“Molto chiaro, Lloyd”
“Buona giornata, sir”

E voi amiche mie che rapporto avete con la solitudine?

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