La premiazione by Marisa Salabelle

(Blog di Marisa)

Uno dei miei ragazzi ha partecipato a un concorso di poesia. Questo pomeriggio c’è la premiazione e lo accompagno. Non abita in città e non conosce bene la zona in cui ha sede l’associazione che ha bandito il concorso, perciò gli do appuntamento davanti a scuola. Ed eccomi qui, nel sole accecante di un pomeriggio di fine maggio, che lo aspetto: proprio quando ho perso ogni speranza lo vedo arrivare, in compagnia di due improbabili personaggi che scopro essere sua nonna e suo zio.

«Presto, andiamo o faremo tardi. Siete in macchina?»

No, sono venuti in treno, ma poiché erano in anticipo ne hanno approfittato per sbrigare alcune commissioni in centro, poi hanno preso l’autobus, hanno sbagliato fermata.

«Come avete potuto sbagliare fermata, Gabriele. Non vieni a scuola ogni mattina con l’autobus dalla stazione? Non riconosci la fermata della scuola?»

Sì, Gabriele viene ogni mattina con l’autobus dalla stazione, ma è con gli altri ragazzi, scende dove scendono loro, non ci fa caso; al ritorno lo stesso, si accoda al gruppo, poi l’autobus degli studenti è sempre affollato, si sta pigiati come salacche, lui che non è tanto alto letteralmente non vede fuori dal finestrino, e quindi…

«E quindi, professoressa, a un certo punto mi sono accorto che eravamo davanti alla scuola, ma ormai l’autobus l’aveva superata, così siamo scesi a quella dopo, che però è parecchio in là…»

«Okay, okay, sbrighiamoci, salite in macchina con me.»

Parcheggiamo poco distante dalla sede dell’associazione, che è in un antico palazzo del centro cittadino, entriamo, saliamo rampe su rampe di vecchi gradini in pietra serena, arriviamo in cima: un finestrone ci apre all’improvviso una vista magnifica della città, il campanile del Duomo, la cupola della Madonna dell’Umiltà.

Nella saletta, tutti i posti sono occupati. Ce ne stiamo in fondo, in piedi.

«Professoressa», mi dice Gabriele, «è strano.»

«È strano cosa?»

«È strano… essere qui… con lei…»

«Se stiamo insieme tutti i giorni, in classe.»

«Sì, ma qui… è diverso…»

Mi rivolge uno sguardo indifeso, ha i piedi uniti, le braccia leggermente discoste dal corpo. Gli do un colpetto sulla spalla: va tutto bene, non ti preoccupare.

Intanto, esauriti i preamboli, il presidente dell’associazione legge i nomi dei vincitori. Si comincia dal terzo classificato, si va avanti col secondo, infine il breve silenzio che precede il nome del vincitore. Lo chiamano: è lui. Mi guarda incredulo.

«Sei tu», gli dico. «Vai.»

Si avvia esitante verso il palco, gli stringono la mano, gli danno un attestato, gli consegnano il premio: un grande dipinto a olio, pesantemente incorniciato, che raffigura un mare tempestoso in cui si dibatte una piccola imbarcazione. Una signora anziana recita con voce flautata la sua poesia, il pubblico applaude, poi, se Dio vuole, la cerimonia si conclude. Un sorso di prosecco e giù per quelle scale ripide, lui che a stento regge il suo trofeo: lo infiliamo a fatica nel baule della mia auto e via verso la stazione, sperando di fare in tempo al treno delle 18.14.

«Professoressa…» mi dice Gabriele. «È strano…»

E in effetti non posso che trovarmi d’accordo con lui.

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