La lavandaia che divenne zarina by Luisa Zambrotta

Giovedì si conclude la serie di Wallis Simpson scritta da Luisa Zambrotta e oggi con piacere vi anticipiamo la prossima serie che ci accompagnerà: La lavandaia che divenne zarina -01

Ringraziamo Luisa per la sua collaborazione con Masticadores. -j re crivello

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Jean Marc Nattier – 1717

La storia di Caterina I sembra una fiaba: da umile lavandaia ai più alti onori.

Caterina nacque in Lettonia (il suo nome era Marta Elena Skowrońska), rimase orfana in tenera età e, giovanissima, andò a servizio di un pastore luterano, che, a 17 anni, favorì le sue nozze con un dragone svedese, un trombettista militare, forse per timore che suo figlio potesse iniziare una relazione con quella procace servetta.
Quando si persero le tracce del marito, durante il conflitto contro la Russia, e la città in cui viveva cadde in mano ai russi, Marta fu fatta prigioniera e costretta a lavorare nella lavanderia del reggimento e nella casa di alcuni ufficiali come domestica.
Venne notata dal principe Aleksandr Menšikov, generale e braccio destro di Pietro il Grande, che la acquistò e ne divenne in breve tempo l’amante.

Quando Pietro I incontrò la bella ventitreenne, ne rimase incantato e la prese come sua amante. Menšikov e Marta rimasero amici e alleati per tutta la vita, ed è molto probabile che il principe, che aveva sempre cercato di ottenere il favore di Pietro e ne conosceva i gusti, avesse voluto assicurarsi una posizione di prestigio presentandogli una donna sulla quale poter contare.

Dopo la sua conversione alla fede ortodossa assunse il nome di Ekaterina Alekseeva e lo zar la sposò, ma in segreto: pur essendo abituato a comportarsi come più gli aggradava, neppure lui osava presentare una contadina bottino di guerra come imperatrice di Russia.
Nel 1712 divenne però la sua consorte ufficiale e il matrimonio suscitò scalpore non soltanto per le sue umili origini, ma anche perché Pietro I aveva bandito dalla Russia la prima moglie, Evdokija Fedorovna Lopuchina, relegata in un convento a Suzdal. (Questa era la nonna di Pietro II che, asceso al trono russo nel 1727, – vedi qui – la fece subito richiamare a Mosca ). 

La coppia imperiale ebbe ben tredici figli, solo due dei quali (Anna e Elisabetta) superarono l’infanzia.
Quando Pietro morì nel 1725 senza aver nominato un erede, fu Menšikov che contribuì all’ascesa al trono di Caterina, raggiungendo anch’egli l’apice del potere, poiché lei gli lasciò di fatto il governo del paese.


Il modo in cui Caterina riuscì ad arrivare così in alto ha spesso fatto pensare che avesse qualcosa di magico nell’aspetto (su cui ci sono pareri discordanti) oppure che avesse usato qualche filtro magico per tenere lo zar legato a sé.

Pietro la chiamava teneramente “Katerinushka” (piccola Caterina) e lei era l’unica a non temere i suoi accessi di rabbia, anzi riusciva sempre a calmarlo. Durante i suoi attacchi epilettici, gli prendeva la testa tra le sue braccia o se la poneva sul petto, accarezzandogli i capelli. Lo allietava con la sua energia e la sua allegria e lo accoglieva amorevolmente nella sua piccola camera da letto, consapevole dall’inconscia paura dimostrata da Pietro sin dall’infanzia di dormire nelle enormi stanze reali, in cui si poteva essere oggetto di attentati.
La sua preoccupazione costante era come compiacere il marito, di cui condivideva tanti interessi nonostante fosse analfabeta. Lo aveva addirittura seguito nella guerra russo-turca

Tuttavia, molto spesso la focosa Caterina era schiava delle sue passioni ed era infedele a Pietro: forse per questo motivo lei, a sua volta, gli perdonava le svariate amanti.


L’anno prima della morte di Pietro intraprese una relazione con il ciambellano Willem Mons, fratello di un’ex amante dello zar. Quando questi lo scoprì, fece a pezzi il testamento che aveva redatto in favore della moglie, e fece accusare e condannare Mons per peculato.
Il giorno in cui fu giustiziato, si narra che la zarina non diede nessun segno di dolore o rimorso, mantenne inalterato il suo buonumore e, passando accanto alla testa dell’amante decapitato, si limitò a dire: “È davvero un peccato che i ciambellani abbiano così tanti vizi!”

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