CAMPANE A DISTESA by Marisa Salabelle

Blog di Marisa

A sessantaquattro anni Urbano Gualtieri rimase vedovo. Ex conducente di autobus, senza figli, si ritrovò improvvisamente solo nella grande città che conosceva a menadito per averla percorsa migliaia di volte in ogni direzione e verso la quale non provava il benché minimo affetto. Anzi, riflettendoci bene, si accorse di detestarla, quella città per lui fatta di strade incroci semafori, fermate a richiesta e obbligatorie, automobili furgoncini tram su rotaie, ciclisti e automobilisti, pedoni. Non conosceva le chiese, i monumenti di cui pure si diceva che la città fosse ricca; non conosceva le persone che l’abitavano se non nella loro qualità di passeggeri, che raggruppava mentalmente in grandi categorie: gli impiegati con la valigetta in una mano e l’ombrello in un’altra, impettiti, la bombetta in testa, sulla corsa delle 7.50; alle 8.10 gli studenti rumorosi e scalpitanti come cavalli, alle 8.30 le casalinghe che si recavano a far la spesa con la sporta vuota in una mano e il borsellino stretto nell’altra: e così, per tutta la mattina, era un susseguirsi di corse frequentate ciascuna da un determinato tipo di utenti, con esigenze e caratteristiche proprie.

   Ma ora l’avrebbe fatta finita con questa città di ingorghi e  sensi unici; se ne sarebbe andato a vivere in qualche posticino tranquillo, dove avrebbe trascorso in pace gli anni che ancora gli restavano. Soprattutto desiderava un luogo silenzioso, aveva la testa ancora piena dello scoppiettio dei motori, dello strombazzare dei clacson, del suono dei campanelli, delle sgommate, delle frenate, delle sirene di ambulanze. D’ora in poi tutto sarebbe cambiato. Si recò a un’agenzia turistica e ne uscì pieno di depliant che vantavano l’amenità e il silenzio di certi villaggi montani; comprò una carta stradale molto particolareggiata e si mise a studiare attentamente l’una e gli altri. Molti erano i paesini che avrebbero potuto fare al caso suo; ma la sua scelta infine s’appuntò su un nome – Badia al Castagno – e su una foto particolarmente suggestiva: la solida abbazia medievale, il castagno frondoso, una panchina; che pace, pensò, che tranquillità l’aspettavano a Badia al Castagno!

   Arrivò a Badia una mattina di giugno; c’era il sole; che meraviglia, pensò, l’estate qui dev’essere bellissima, senza quel caldo opprimente della metropoli; chissà che fresco mi godrò su quella panchina all’ombra del castagno secolare; e d’inverno accenderò il caminetto e tenderò le mani per scaldarmele alla fiamma…

   La prima passeggiata che fece fu all’abbazia, un po’ fuori dell’abitato: sorgeva in mezzo a un prato ed era imponente proprio come se l’aspettava. Andò a sedersi sulla panchina: l‘ombra del castagno era fresca e lui si sentì subito più giovane di almeno quindici anni; socchiuse gli occhi ed appoggiò la nuca allo schienale: ogni fibra del suo corpo, ogni cellula gli pareva che stessero rapidamente rigenerandosi. Urbano Gualtieri era dunque immerso in piacevoli considerazioni sulla sua nuova vita quando a un tratto percepì una presenza al suo fianco. Alzò gli occhi e scorse, accanto a se’, in piedi, un prete alto e magro: un prete con la sottana, capelli grigi e sopraccigli neri ed un’espressione trasognata.

   “E così, lei è il nostro nuovo compaesano, bene, bene! Già me l’avevano detto: è scappato dalla metropoli, eh? Dal caos, dallo stress! Ha preso proprio la decisione più saggia, sa; e, mi dica, si trova bene, qui? Che pace, eh! Che serenità!”

   “Già, già” si limitò a rispondere Urbano mentre dentro di se’ pensava “Fino a che non sei arrivato tu, vecchio rompiscatole”.

   Sollecito, il prete lo condusse a visitare l’abbazia, che risaliva al XII secolo; l’altare, scolpito in un unico blocco di granito; la cripta, che ospitava i resti mortali di abati e monsignori; la torre campanaria del XIII secolo.

   “Le vede quelle due campane? – disse indicando due mostruosità di bronzo – sono le più grandi d’Europa. Pesano la bellezza di 199 tonnellate ciascuna. Pensi che per issarle sul campanile abbiamo dovuto utilizzare una gru, l’abbiamo fatta venire apposta da un cantiere edile, giù al piano! Pensi che per farle suonare abbiamo dovuto installare un motore da, guardi, non saprei neanche dirle da quanti kilovatt, o che altro siano, ma un motore! e dei cavi d’acciaio, dei cavi grossi un dito, perché a mano, certo, a mano chi le smuove quelle? Eh eh! Altro che campanaro!” Il prete continuava a parlare a ruota libera, col naso per aria. “Li vede quei batacchi? – indico` col dito due immensi pendagli – pesano dieci quintali per uno. Li dobbiamo ingabbiare, sa. E’ una cosa che dobbiamo fare al più presto, perché  vede, se uno di quelli, mentre sbatte qua e là, malauguratamente si stacca, ma lo sa che mi sfonda il campanile? E chissà dove va a finire, quel benedetto! Lo sa che mi può scoperchiare una casa, ammazzare un cristiano?”

   “Sa”, disse poi prendendo Urbano confidenzialmente a braccetto, “quei due bestioni se ne stavano in sagrestia, tutti coperti di polvere e di verderame. La torre campanaria era tutta diroccata. Ma noi ci siamo rimboccati le maniche; il consiglio pastorale, sa, il comitato, la pro loco. Abbiamo fatto una sottoscrizione e i parrocchiani stessi son venuti a lavorare: l’abbiamo restaurata. E le campane le abbiamo rimesse su, e le facciamo suonare. Sentisse che suono! Sono il nostro orgoglio, quelle campane. Le più grandi d’Europa!”

   Urbano torno` a casa ancora frastornato dalle chiacchiere del prete. Cancellò mentalmente la panchina sotto il castagno dalle possibili mete delle sue passeggiate. Aveva bisogno di pace, lui. Non di un parroco logorroico. Lungo il cammino fu sorpreso a un tratto da un clamore metallico: “O che è questo frastuono – già! Le campane. E’ vero: in città le campane, chi le sente? Con tutto il rumore che c’è! Certo che anche queste non scherzano… ma hai visto che bestie! 199  tonnellate! Mi stanno assordando, mi stanno!”

   Quel pomeriggio si accontentò dei giardini pubblici, dove fu bersagliato di pallonate da parte di una squadra di calciatori dilettanti, tutti fra i sette e i nove anni, a occhio e croce. Cercò di considerare con indulgenza questi che tra sé battezzò “piccoli inconvenienti” e di concentrarsi nella lettura del giornale: improvvisamente gli vennero posate sulle ginocchia due mani piccole e appiccicose: “Ciao, carina” si sforzò di proferire con dolcezza, accompagnando le parole con l’atto di accarezzare un’ispida testolina rossiccia, e intanto osservava con disgusto le due macchie caramellose apparse sui suoi pantaloni di gabardina grigio chiaro. “Buongiorno, signore” scandì una voce condiscendente: la madre della piccola le insegnava le buone maniere, ma, perdio, avrebbe dovuto per prima cosa spiegarle che non si mettono le mani addosso al prossimo, specie se sporche! “Lei è il signore che ha preso la casa dell’Ubaldina, non è vero? Siamo vicini: io abito due case più in giù, quel portoncino rosso…”

  Urbano dovette sorbirsi un lungo monologo da parte della zelante vicina, cui poté opporre solo qualche monosillabo; infine si scusò e con passo malfermo s’incamminò verso casa. “Certa gente non ha altro da fare che chiacchierare – pensò – e intanto a me viene il mal di testa”.

  Quella notte tardò a prender sonno. “Sarà la stanchezza del viaggio, o l’aria; o forse è la diversa posizione del letto, cui non sono ancora abituato.”

   Sdraiato nel buio, con gli occhi aperti, sentì suonare le ore al campanile. Certi rintocchi che non finivano più. “…undici – e dodici. Ora non ce ne dovrebbero esser più, quant’è vero Dio!” Ma fece in tempo a sentire anche il rintocco della mezza, e poi quello dell’una – poi si addormentò e sognò che era in guerra e che le bombe facevano dei botti tremendi.

   Lo svegliò, prestissimo, uno scampanio festoso: già, era domenica. Sbirciò l’orologio sul comodino: le sette. “Certo che ci vanno presto alla Messa, da queste parti! Be’, come dice? Il mattino ha l’oro in bocca. Senti che frescolino!” Volle uscir presto, fare una bella camminata; passando davanti all’abbazia tirò di lungo nel timore d’incontrare il prete; pochi passi più in là un sentiero s’inoltrava nel bosco e lo seguì. Più tardi, ritemprato nel corpo e riconciliato con la vita, si trovò a passare di nuovo davanti alla chiesa, ma non aveva messo in conto che il parroco fosse sulla soglia, a prendere il fresco.

   “Non l’ho vista alla Messa, stamattina!”

   “Cosa vuole, con quest’aria frizzante, avevo voglia di camminare un po’, e poi non ho l’abitudine, sa…”

   “Come mai, è forse…”

   “No, niente, sono solo – pigro per certe cose, forse solo pigro”.

   “Molti dicono come lei, è un bel problema, sa? In realtà io credo  – cominciò il prete prendendolo a braccetto e spingendolo suo malgrado dentro la canonica – io credo che questa della pigrizia sia un po’ una scusa…”

   Era quasi mezzogiorno quando Urbano si ritrovò finalmente all’aperto, dopo essersi sorbito le riflessioni del prete, le premure della di lui sorella e un bicchierino di vin santo aspro da legar la bocca, accompagnato da certi biscottini stantii; “Bisognerà che d’ora in poi giri alla larga” promise a sé stesso “e per giunta quelle dannate campane ogni mezz’ora mi martellavano il cervello. Come faranno a sopportarle proprio non lo so, ma loro ci saranno abituati, suppongo”.

   Urbano, forse, aveva un brutto carattere: s’era inasprito, poveraccio, a furia di guidar l’autobus nel traffico convulso della grande città. Per tutto il giorno – e il giorno dopo, e quello dopo ancora – si barricò in casa: non aveva voglia delle chiacchiere di nessuno. Ma non era tranquillo. La gente che passava per la strada gli guardava in casa, senza alcun ritegno. Dovette accostare le persiane e costringersi al buio, accendere la lampadina in pieno giorno, per non vedersi addosso tutti quegli occhi tondi, quelle facce inespressive. E poi le campane – le dannate campane suonavano ogni mezz’ora e lo facevano impazzire, gli sembrava che il batacchio gigantesco gli picchiasse nella testa, gli spappolasse il cervello. Ormai ci aveva fatto una fissazione: passava il tempo aspettandole, la notte non chiudeva occhio, se le sentiva martellare dentro.

   Dopo tre giorni decise di passare alla riscossa. Andò alla polizia; scrisse al giornale; contattò un avvocato. E’ possibile che ci si permetta di spaccare i timpani alla gente? Rumori molesti, disturbo della quiete pubblica, ecco come si chiamava. Ci doveva pur essere un modo per consentire a un cristiano di dormire in pace! Ma nessuno gli diede retta. Quando mai s’è vista una denuncia contro le campane d’una chiesa, alla polizia non gli risero in faccia ma poco ci mancò. L’avvocato gli consigliò di lasciar perdere, di non cacciarsi in beghe che gli avrebbero fatto mangiare il fegato; quanto al giornale, ogni giorno lo sfogliava con mani nervose, ma la sua lettera non venne mai pubblicata. Invano cercò alleati fra gli abitanti del paese: le campane? Neanche le sentivano, le campane. Erano una compagnia, un sottofondo. La notte? Eh! Chi è stanco, la notte dorme e non c’è scampanio che tenga. Quelle campane erano il loro vanto, avevano restaurato il campanile apposta per rimettercele, la gente veniva a vederle, erano le più grandi d’Europa; piuttosto lui, perché non se ne andava da qualche altra parte, visto che qui a Badia non si trovava bene?

   Ah no! Lui questa soddisfazione non gliela voleva dare, a tutti quanti. Sarebbe rimasto, e quelle maledette campane, prima o poi ci sarebbe riuscito, a farle tacere.

   Fu per l’Assunta. Era la festa del paese, per le strade non si camminava dalla gente che c’era. Il piazzale dell’abbazia era gremito – per le undici, dopo la Messa solenne, era prevista la sfilata in costume, e la banda avrebbe suonato. Le bancarelle dei chicchi erano disposte ai lati della strada, i bambini succhiavano caramelle a forma di scarpa o di coccodrillo, le mamme sgranocchiavano il croccante. Le campane già da un bel po’ suonavano a distesa. A un tratto si udì uno schianto, lo scampanio cessò e la folla alzando gli occhi vide un siluro attraversare il cielo a gran velocità. Tutti urlarono e istintivamente si coprirono la testa con le mani. Pezzi di muro e calcinacci piovevano da tutte le parti. Il parroco, che si stava vestendo per la Messa, impallidì. “Lo sapevo io! Lo sapevo che bisognava ingabbiarli, quei bestioni! E ora dove sarà finito, questo qui se va addosso a un cristiano te lo spappola come nulla, Dio ci perdoni tutti!”

   Non si dovette cercare a lungo, per scoprire dov’era atterrato il batacchio: bastò seguirne la traiettoria verso il centro del paese, dove per grazia di Dio, a quell’ora, non doveva esserci nessuno. Tutti erano alla festa, tutti…

“Guardate  dov’è` andato a finire! – disse qualcuno – Ha sfondato il tetto dell’Ubaldina!”

La casa dell’Ubaldina era praticamente distrutta. Un polverone si alzava dalle macerie, tra le quali fu necessario scavare un giorno intero per ritrovare l’osceno proiettile e quel che restava del povero Urbano.

” E lo diceva sempre, poer’omo – si sentì nel silenzio una vocina tremula di vecchia – che quelle dannate campane l’avrebbero ammazzato”.

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