Gentile Dott.ssa #1: La paura si abbraccia?

by Giusy Di Maio Blog

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

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La prima mail a cui decido di rispondere, mi è stata inviata da una giovane donna. Il motivo principale per cui ho deciso di prendere in carico questa richiesta, risiede in una piccola domanda che la donna mi pone

“Sono anni che chiunque mi dice che devo abbracciare la mia paura.. Bene, ne ho le palle piene! Che cosa vuol dire.. qualcuno me lo sa spiegare, per una volta?”.

Quella che ho innanzi è la richiesta – che appare più come un gridare dello/dallo schermo- di contenimento di un disagio che sta letteralmente fagocitando la giovane donna, portandola ad avere attacchi di panico continui, a qualsiasi ora del giorno (anche mentre dorme): “mi sveglio nel cuore della notte con la sensazione di qualcuno che mi stringe il collo o che è seduto sul mio petto. Io provo a respirare a tirare in dentro l’aria ma niente.. è come se la mia gabbia toracica, i polmoni, la gola, fossero tutti chiusi. Più respiro e meno respiro.. non so se è possibile, ma è così”.

La donna dice di aver vissuto molto male questo periodo della pandemia; non sopporta più le fake news sul virus; odia tutte le notizie che le “mettono ansia” il che incrementa questa sensazione di “gabbia toracica schiacciata”.

La giovane ha ovviamente fatto tutti i controlli possibili e immaginabili e gode di ottima salute.

Mi colpiscono alcune cose, in particolare, mentre leggo: la ragazza parla sempre del momento presente, dimenticando di andare indietro nel tempo (in sostanza non mi dice, se ad esempio anche da bambina provava momenti di ansia/stress; manca una contestualizzazione del suo sintomo – e quindi della sua storia-, non mi dice come sta in famiglia, con chi vive e/o cosa fa. Ciò che percepisco, leggendo, è una sorta di evasività, come se lei volesse raccontare ma al contempo senza scendere mai nel dettaglio).

La sua richiesta è una sola: come si abbraccia la paura? Come posso guarire?

Voglio innanzitutto ringraziarti per la fiducia che stai riponendo in me.

Credo che la paura, il panico, siano un po’ i trend del momento. Viviamo in una società che fino ad un certo punto ha quasi abolito la considerazione della paura: provare dolore o paura non era possibile; dobbiamo essere infallibili, veloci, smart e sempre sul pezzo. Il sensibile (visto come debole) ha trovato spesso le porte sbarrate ritrovandosi sempre più solo e chiuso nel proprio mondo (pensiamo a tutti i fenomeni psicopatologici che vedono la chiusura, ad esempio in casa, come la fobia sociale).

Saprai ormai bene che la paura è la percezione più atavica; si tratta di un meccanismo di difesa caratterizzato da un’emozione provocata da una situazione di pericolo che può essere o meno reale, anticipata da una previsione, evocata da un ricordo o prodotta dalla fantasia. La paura è inoltre accompagnata da reazioni organiche – di cui è responsabile il sistema nervoso autonomo- che prepara il nostro organismo alla situazione di emergenza (la nota reazione di attacco/fuga).

Ciò su cui vorrei attirare la tua attenzione, è il punto secondo cui la paura può essere innescata anche da situazioni “fantasticate” o evocate.

Quando qualcuno ti dice “abbraccia la tua paura” io risponderei “tu abbracceresti uno sconosciuto?”

Una frase del genere è piuttosto vuota e poco attenta al sottile meccanismo che regola la percezione della paura: se io non so (almeno consciamente) di cosa ho paura, come faccio ad abbracciare la paura stessa?

La paura va costeggiata lentamente, conosciuta, riconosciuta, vissuta, accettata poi si parte con tutte le strategie volte al suo superamento.

Come si supera una paura.

La risposta non è mai univoca perché la paura ha mille volti ma una sola mente: una mente unica e specifica di chi esperisce e vive sulla propria pelle, la paura stessa.

Da un lato abbiamo a disposizione tutte quelle strategie cognitivo comportamentali che usano dei protocolli di desensibilizzazione sistematica, esposizione (e così via), che portano il paziente a vincere lentamente la propria paura. Si tratta di una sorta di “esercizi” con cui lentamente si impara a reagire alla paura stessa (prima che questa agisca su di noi).

Dall’altro lato poi, abbiamo la psicoterapia, potente strumento di cura parlata che aiuta a sciogliere i nodi creati dal tempo aggrovigliato delle nostre esistenze. Un percorso in cui andare comodamente avanti e indietro nel proprio tempo personale, creando porte che colleghino stanze (soc)chiuse da tempo.

La paura non è impossibile da vincere. Abbiamo traumi, squarci nella nostra esistenza che meritano di essere ricuciti, lacerazioni che – pur non perdendo più sangue- fanno male e richiamano attenzione, nel registro del reale, convertendosi in sintomo (nel tuo caso, l’assenza di ossigeno e la paura diffusa).

Il mio consiglio è quello di chiedere aiuto a un collega psicologo e di farti seguire da un esperto (da quel che mi hai detto sono anni che prendi soltanto farmaci e non hai mai voluto intraprendere un percorso psicoterapeutico).

Sono fiduciosa.

Hai bisogno di dedicarti il tempo necessario per recuperare i respiri lasciati persi, nel corso della tua storia personale.

Ti auguro tante boccate di ossigeno!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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