Recensioni: Il treno dei bambini di Viola Ardone

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Appunti di lettura di Marisa Salabelle

Il treno dei bambini, di Viola Ardone, per me è un libro di medio valore. Ecco, diranno subito i miei piccoli lettori, ecco che la Marisina rosica perché Il treno dei bambini ha venduto un sacco. No, cioè: io sono una che un po’ rosica, però penso di essere in grado di valutare un libro, dopo tanti che ne ho letti in vita mia. Nel Treno dei bambini c’è una bella storia vera, quella delle famiglie emiliane (non solo emiliane, ma prevalentemente) che dopo la fine della seconda guerra mondiale ospitarono per dei mesi bambini poveri del Sud ma anche del Nord per offrire loro un periodo di relativo benessere, del cibo, qualche vestito nuovo e delle scarpe. È stata un’iniziativa dei comunisti, quelli che mangiavano i bambini, e difatti alcuni di quei bambini avevano paura di essere mangiati, una volta arrivati a destinazione, cosa che però non successe. Aggiungo che iniziative di questo genere sono meno insolite di quel che si creda, pensiamo all’accoglienza dei bambini di Chernobyl, e anch’io nel mio piccolo ho ospitato a casa mia per diverse volte una ragazzina bosniaca che viveva in un campo profughi, negli anni ’90, che adesso vive a Pistoia, è una splendida donna come sono spesso le donne slave e ha due bambini.

Dunque Viola Ardone si è letta una caterva di libri, che sono tutti diligentemente citati in bibliografia, per poter scrivere questa storia. E il suo libro, devo dire, si legge benissimo, scorre che è un piacere, è avvincente e interessante. Quindi, perché dico “di medio valore”?

Prima cosa, secondo me, il titolo e le aspettative del lettore vengono disattesi. Perché infatti nella parte iniziale si parla dell’iniziativa delle donne del PC, del treno, del viaggio, e si riportano mille dettagli autentici, e io lo so perché ho letto da poco un libro di Bruno Maida, che è uno storico che a me piace tantissimo, intitolato I treni dell’accoglienza, che parla per l’appunto di questa storia. Senonché dopo i primi capitoli il romanzo dell’Ardone deraglia dai binari e si occupa di un solo unico bambino, Amerigo, e di come ha vissuto quest’esperienza, e di come si è trovato, e di come ha reagito al suo ritorno a casa, e di come è diventato da grande. Che è anche una cosa interessante, ma a quel punto il libro lo poteva chiamare Il bambino del treno, se non fosse che un libro con questo titolo esiste già.

Seconda cosa: l’equilibrio tra le parti. L’inizio è folgorante, col piccolo Amerigo che parla una lingua tutta sua e fa dei ragionamenti tutti suoi, ma nella parte centrale, quando descrive il soggiorno a Modena presso una simpaticissima famiglia, il romanzo si appiattisce, perde di mordente, diventa una storia edificante, i personaggi sono tutti buonissimi, e siccome io sono cattiva mi piacerebbe che anche nel libro ci fosse un po’ di cattiveria. Oh, certo, c’è una bambina che non vuol proprio stare dalla famiglia cui è stata affidata, ma non è una vera bambina povera, è la figlia di un pezzo grosso del Partito che l’ha mandata su per dare l’esempio, ma che poi se la riprende dopo che lei ha tentato la fuga. I bambini poveri sono tutti buonissimi e si adattano a meraviglia nelle nuove famiglie, e questo già da sé è un po’ strano. Amerigo, che ha otto anni, è analfabeta, ma in un baleno impara a leggere e scrivere e in matematica, che era la sua passione già da prima, diventa subito il primo della classe, inoltre impara a suonare il violino, che lui un violino non l’aveva mai visto in vita sua, e tutto questo, lasciatemelo dire, è un po’ troppo zuccheroso.

Terza cosa: la voce narrante. La voce narrante è quella di Amerigo, che all’inizio, come ho già detto, parla un buffo linguaggio mezzo dialettale ma che nel corso del romanzo Viola Ardone se ne dev’essere dimenticata, oppure lui è davvero troppo bravo a imparare, perché non parla più in quel buffo modo ma in un italiano standard condito appena da qualche inserto dialettale qua e là. Poi, da grande, parla come un grande, ma questo va bene, sarebbe strano se da grande continuasse a parlare come un bambino. Ah, ed è diventato un violinista famoso, ma chissà come mai.

Ultima cosa, un po’ marginale, ma che mi ha colpito, è la storia dei tre fratellini che si chiamano Rivo, Luzio e Nario. Ora, a parte l’evidente abuso su minori commesso dai genitori che gli hanno appioppato questi nomi, mi sono chiesta: ma come hanno fatto, i genitori, a prevedere che i figli sarebbero stati tre, e tutti maschi, in modo da comporre la parola completa coi loro mozziconi di nomi? Bastava che per seconda nascesse una femmina, e il progetto falliva. Bastava che la mamma si rifiutasse o non riuscisse a mettere al mondo un terzo bambino, e la parola non si completava. E se poi ne nasceva un quarto?

Questo mi ha fatto ricordare una storia che si raccontava su una famiglia di patrioti ai tempi della prima guerra mondiale che avevano avuto tre figlie, Trieste, Sara e Liberata, e poi però gliene era nata un’altra e l’avevano chiamata: Finimola.

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