CORRERE by Marisa Salabelle

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Blog di Marisa

L’auto, una station wagon vecchiotta, si ferma sul ciglio di una strada di campagna. Ne esce una donna sulla cinquantina, in abbondante sovrappeso, capelli castani tirati su e fermati alla bell’e meglio con una pinza, occhiali da vista, guance rosee e un’espressione mite. Indossa una tuta da ginnastica in microfibra e scarpette Nike. Al collo ha delle grosse cuffie. Si mette in spalla uno zainetto, chiude la macchina, sistema le cuffie alle orecchie, si sgranchisce le gambe e parte al piccolo trotto. La strada si snoda tra prati e uliveti, case isolate, muri a secco, cancelli che celano ville sontuose. Il terreno è ondulato, fatto di collinette che si susseguono, il percorso non è impegnativo ma lei, a causa dei chili di troppo, dopo poche centinaia di metri ha già l’affanno. Si asciuga col braccio il sudore dalla fronte, beve un sorso d’acqua dalla bottiglietta che porta a una tasca esterna dello zaino, si chiede se sia il caso di togliersi il sopra della tuta, decide di no, per il momento, stringe i denti e va avanti. Il medico gliel’ha detto e ripetuto: mezz’ora di corsa tutti i giorni, senza strafare, ma con perseveranza. Il peso, il cuore, il diabete. Ha bisogno di muoversi, di bere tanto, di mangiare meno, e qui casca l’asino, perché a lei mangiare piace. Comunque sta facendo del suo meglio, e un paio di chili li ha già buttati giù. Ansima un po’, ma va avanti. Nelle sue orecchie, la voce di Anna Bonaiuto legge “L’amica geniale”. Alla donna piace molto leggere, le piacerebbe, ma veramente non ha tempo, tra il lavoro, la famiglia, la casa, ora poi che la situazione è quella che è e pur stando a casa gli impegni si sono moltiplicati. Quella mezz’ora la mattina presto, quando l’aria è ancora frizzante e il paesaggio toscano così rilassante, è il suo momento di libertà. Esce da sola, arriva in quell’angolo di campagna, si fa la sua mezz’ora di corsa mentre ascolta Anna Bonaiuto. La strada è completamente deserta, le case che la fiancheggiano hanno le finestre sprangate, passa un’auto solitaria, lei si fa sul bordo della strada per lasciarle spazio. Ora c’è una piccola salita, la donna rallenta il passo, cerca di respirare ritmicamente, sente i battiti accelerati. Quello che non sente, non ancora, è un rumore ritmico, inizialmente lontano, che via via si avvicina e si fa più forte, fino a penetrare all’interno delle sue cuffie stereo e a sovrapporsi alla voce di Anna Bonaiuto. La donna guarda in alto: un elicottero! Si ferma, lo sguardo levato su quel mostro volante, si toglie le cuffie, il rumore delle pale ora è fortissimo. La grande libellula d’acciaio si ferma esattamente sopra di lei, continuando a sbattere furiosamente le pale per non precipitare. La donna comincia a sentirsi inquieta, quando, nonostante il fracasso, le arriva distintamente una voce, di cui non capisce bene la provenienza, come amplificata da un megafono.

«Signora, non si muova. Non compia gesti inconsulti, non cerchi di scappare, è circondata. Posi a terra zaino e cuffie e poi si stenda per terra, a pancia sotto.»

Alla donna sembra di essere in uno di quei film americani che piacciono tanto a suo marito. Lì, di solito, è un terrorista o un serial killer a essere assediato dalle forze dell’ordine e costretto a sdraiarsi a terra, inerme. Non succede mai a una donna grassa che fa un po’ di jogging in una strada di campagna. Ad ogni modo, la donna ha capito che c’è poco da scherzare e obbedisce agli ordini. Non appena è prona sull’asfalto con le mani sulla nuca piombano su di lei dai quattro punti cardinali altrettanti energumeni bardati da capo a piedi con tute isolanti, caschi di plexiglass e nemmeno un centimetro del corpo esposto. L’afferrano per le gambe e per le braccia, la sollevano di peso e la scaraventano nel vano posteriore di un’ambulanza immediatamente sopraggiunta con gran strepito di sirene. Sballottata in una folle corsa su e giù per quella stradetta che solo pochi minuti prima percorreva trotterellando tranquilla, inserita nel traffico urbano grazie all’urlo della sirena, nel giro di pochi minuti la donna è all’ospedale, nella tenda esterna appositamente allestita per l’emergenza. Ancora frastornata siede su una seggiolina in plastica. Accanto a lei ci sono altre tre persone, due uomini e una ragazza.

«Hanno beccato anche te, eh? E cosa stavi facendo?»

«Ma io… niente… facevo un po’ di moto, il dottore me l’ha raccomandato tanto… credevo fosse permesso.»

«Eh, dipende. Eri a 150 metri da casa?»

«Be’, no. Casa mia è nella zona industriale, la strada non ha marciapiede, è piena di auto parcheggiate e ci passano certi bestioni di tir… non è proprio il luogo adatto per fare jogging.»

«Quindi cosa hai fatto?»

«Ho preso la macchina e sono andata in campagna, in una stradina dove non passa nessuno… davvero, non credevo di fare nulla di male.»

«Ma benedetta donna, non lo sai che prendere la macchina per andare a passeggiare o correre fuori città è proibito?»

«E tu? Che hai fatto, tu?»

«Sono andata a trovare mia nonna. So che non avrei dovuto farlo, ma povera, mi ha fatto pena, è sola in casa da un mese senza vedere nessuno, te l’immagini il magone che ha?»

«Tua nonna quanti anni ha? È disabile?»

«Ha novant’anni, ma è in gamba! Solo che si intristisce a star sempre in casa, da sola. A lei piace vedere gente…»

«Potevi dire che le stavi portando la spesa.»

«Eh, ci ho pensato, ma gliela portano già a casa i volontari della protezione civile. Avrei aggravato la mia posizione, se avessi mentito!»

«Io» fa il più giovane degli uomini, «ho accompagnato mia moglie dal dentista. Aveva quell’appuntamento da settimane, non abbiamo voluto disdire. Non essenziale, ci hanno detto. Non essenziale, vorrei vedere loro senza un incisivo! Ha fatto una brutta caduta, se l’è rotto, avevamo già preso le impronte quando hanno chiuso tutto… il dentista in teoria avrebbe potuto ricevere solo casi urgentissimi, ascessi, infezioni…  E comunque, sarebbe dovuta andare da sola, hanno detto. Ma se mia moglie non ha neanche la patente! Comunque, quello messo peggio di tutti è lui» aggiunse, indicando il vecchio, seduto in disparte con la testa bassa.

«Che ha fatto?»

«È uscito, e già alla sua età… non solo. Non so come, è riuscito ad arrancare fino ai giardinetti, si è seduto su una panchina, che è proibitissimo, e non contento ha tirato fuori dalla tasca un panino con la mortadella e si è messo a mangiarlo. Lì! Al giardinetto! Vi rendete conto?»

«Cavoli! Rischia parecchio, lui!»

«Già! Noi magari con qualche annetto di prigione ce la caviamo, ma lui…»

«Per lui c’è la pena di morte, mi sa!»

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