Gianni Allegra

È da bambini che si impara a non essere invidiosi. A non soffrire dei successi altrui e a capire i propri limiti. Io da ragazzino ero velocissimo. Me la cavavo anche nei lunghi percorsi per via di una discreta resistenza fisica. Ma era lo scatto, quello dei cento metri, la mia specialità. Tra i miei coetanei c’era solo Paolo più veloce di me: lui lo sapeva bene e io lo sapevo benissimo. Anche al calcio ero uno di piedi buoni e mi piaceva il gioco ragionato e brillante alla Rivera, ma Paolo era decisamente superiore nel dribbling e nello scatto finalizzato al gol. Ne ero consapevole e non provavo alcuna emozione negativa, lo ammiravo e basta. Invece la corsa era un tarlo: in parole povere, provavo invidia senza confessarmelo. Volevo batterlo, almeno una volta. Fu quella volta che ci sfidammo in cinque o sei: ma non ricordo nessuno: solo Paolo alla mia sinistra. Pronti? Via! Scatto fulmineo e simultaneo dei cinque-sei: con la coda dell’occhio vedevo o pensavo di vedere solo Paolo. Alla mia destra non c’era nessuno e se caso mai si fosse materializzato qualcuno lo avrei battuto pure a marcia indietro. Furono quei secondi che ricordi per tutta la vita. Un flash lungo pochi secondi, una vita intera. Sono quei momenti in cui strapazzi tutto di te: muscoli e organi vitali e ti affidi solo ai nervi. Cento metri ma sembravano cento chilometri. Mi resi conto che stavo andando oltre i miei limiti: sentii una lancia trafiggermi tra il femore e il dorso a sinistra del mio corpo. Ma non era possibile fermare la folle corsa verso la vittoria. Paolo mi guardò per la prima volta come se esistessi davvero: mise le mani sulle gambe calando il capo e sbuffando. Io impazzivo di dolore e andai via cercando di non zoppicare, ma ero una smorfia di sofferenza. Non ci fece caso nessuno. Avevo vinto ma ero stato sconfitto dall’invidia. Fu l’unica volta.

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