Il sogno di Charlotte (7 parte) di Laura Clemente

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Le gocce di pianto di Charlotte si erano delicatamente posate sulla carta tra le sue mani, andando via via a sfumare l’inchiostro sigillato da anni in quella busta nascosta. La ragazza non ebbe più il coraggio di sfiorare con gli occhi la prima parte della lettera, dove la madre le annunciava la sua imminente morte, ma rilesse ripetutamente la seconda, perché la stranezza di quelle parole, il fatto che la madre la indirizzasse verso quella Lisa, che volendo poteva essere sua nonna, sua zia o una sua lontana parente, non la faceva stare tranquilla e alimentava il suo desiderio di scoprire chi era quella donna e cosa poteva offrile.

La prima cosa che le venne in mente fu quella di cercare qualsiasi tipo di informazione su questa Lisa Durant. Si recò alla biblioteca poco distante dalla sua abitazione nella speranza che, frugando nei vecchi archivi, avrebbe trovato il nome che cercava. La ricerca di Charlotte fu però vana. Così pensò ad un altro modo per scoprire l’identità di Lisa. Alla fine giunse alla conclusione che, solo tornando al villaggio, avrebbe potuto raccogliere la prima traccia.

Charlotte, anche se non lo dava a vedere di fronte al padre, era distrutta e stava malissimo emotivamente. Non aveva ancora detto a Mark della lettera perché sapeva che il padre le aveva nascosto tutto per non farla soffrire. Allo stesso tempo però non riusciva a guardarlo negli occhi. In fondo, non le aveva nemmeno concesso di salutare per un’ultima volta la madre, di partecipare al suo funerale. E poi perché continuare a mentirle anche una volta che era diventata grande? Charlotte si rese conto che era stata più fuori dal mondo negli ultimi anni a Parigi che nei primi dieci della sua vita al villaggio. Almeno lì tutto era concreto, i giorni passavano ad un ritmo piacevole, non c’era fretta e niente era dato per scontato. Si viveva per amore e per sognare, ci si affidava agli altri e insieme si guardava la Luna in cielo di notte.

«Papà, ho deciso di tornare a casa. Parto domani mattina. Prenderò il primo treno per il villaggio. Ho bisogno di riflettere e di ricordarmi chi sono»

«Avevo capito che volevi interrompere momentaneamente la tua carriera di cantante, ma non che volevi tornare a casa tua. Ormai quel villaggio non ha più nulla da offrirti. Io, ecco, avrei dovuto dirti una cosa tanto tempo fa…»

«Lo so, la mamma è morta poco dopo la nostra partenza. Ho ritrovato proprio questa sera la sua lettera di addio. In realtà ancor prima di leggerla sapevo come stavano realmente le cose. »

«Mi dispiace Charlotte, non pensare mai che io abbia voluto sottrarti a tua madre. Diverse circostanze hanno fatto sì che noi due ci prendessimo cura di te in fasi diverse, prima tua madre e adesso io. Vedi, lei si è ammalata durante la gravidanza. I medici temevano persino che tu potessi nascere con qualche problema fisico o mentale. Per fortuna la natura ci ha risparmiato questa ulteriore sofferenza. So che non ha importanza il nome della malattia che aveva tua madre, ma uno dei tanti motivi per cui mi sono trasferito a Parigi diciotto anni fa era anche perché solo qui mi sarei potuto informare su un’eventuale cura. La medicina negli ultimi anni ha fatto molti progressi e da qualcosa per cui prima si moriva ora si può guarire.»

«Non credi che potresti tornare insieme a me? Anche solo per sapere come stanno James e Noah e il nonno e naturalmente andare a trovare la mamma al cimitero.»

«Magari in un altro momento sì, ma ora non me la sento e poi ho troppi affari da sbrigare. Tu vai se vuoi, è giusto che ti riposi un po’. In fondo il lavoro di cantante è roba da toglierti il fiato e prosciugati le energie, no?»

«Già, grazie papà. Ti voglio bene!» Charlotte stampò un bacio sulla guancia del padre e poi si ritirò in camera sua per riposare.

Il giorno seguente Charlotte lasciò la sua abitazione molto presto. Il padre ancora dormiva, quando però la ragazza girò la chiave nella serratura, si svegliò e la andò a salutare ancora un po’ assonnato.

«Fai buon viaggio e fammi sapere quando arrivi» disse Mark a sua figlia.

«Certo. Ah papà, probabilmente dopo aver trascorso un po’ di tempo al villaggio non farò subito ritorno qui. Quindi ti chiedo per favore di non progettare nulla e di non firmare nessun contratto prima del mio rientro. Ok?»

«Va bene tesoro. Spero solo di non cadere in depressione con tutto questo tempo libero»

«Se ti senti solo, suona e io percependolo canterò con te anche se a distanza. Ora devo proprio andare. Ciao!» Charlotte salutò il padre con un abbraccio sbrigativo e scese le scale del palazzo per dirigersi alla stazione Gare Du Nord.

Dopo otto anni la sua vita si avviava a subire così un ulteriore e magnifico cambio di binario.

Per tutto il viaggio Charlotte non fece altro che pensare al modo in cui l’avrebbero accolta i suoi due fratelli. Forse la odiavano perché, nonostante fosse la più piccola, i suoi genitori avevano scelto lei o forse la odiavano perché, se non fosse mai nata, la mamma non si sarebbe mai ammalata e papà non sarebbe mai dovuto partire. Allo stesso tempo però era eccitata all’idea di rivedere James e Noah cresciuti con le loro rispettive mogli e, chissà, magari anche qualche figlio. Charlotte aveva sempre avuto un istinto materno e sarebbe stata felicissima di conoscere i suoi nipotini e prendersi cura di loro per quel breve periodo che avrebbe trascorso al villaggio.

Alla settima fermata Charlotte, con una valigia in una mano e la sua nuova chitarra dall’altra, scese dal treno e imboccò la via a destra. Anche se aveva percorso quella strada solo una volta nella vita, ovvero il giorno in cui era partita, la ragazza si ricordava perfettamente il tragitto e decise così di percorrerlo a piedi. Assaporare l’aria fresca di montagna fu come ricevere una bombola di ossigeno tutta in una volta. Mentre percorreva il sentiero, si concentrò dopo tanto tempo ad ascoltare il magico silenzio della natura: il cinguettio degli uccelli, il rumore dell’acqua che scendeva a cascata dalla fonte principale del paese, il fruscio del vento che muoveva le foglie e le presenze silenziose degli abitanti nelle loro abitazioni con il profumo dei primi dolci del mattino.

Poco prima di arrivare, Charlotte incrociò un bambino che poteva avere sì e no cinque anni. Christophe guardò quella bellissima ragazza che stava percorrendo la direzione opposta alla sua e decise di fermarla. Non l’aveva mai vista al villaggio e non aveva certamente l’aria di una contadinella come la mamma e le altre giovani del paese, ma sembrava una vera ragazza di città, come le signore parigine dei giornali.

Charlotte, vedendo che quel bambino continuava a fissarla, decise anche lei dei fermarsi. Fu proprio lei la prima a parlare.

«Ciao, come ti chiami?»

«Christophe» rispose il bambino.

«Stavi facendo una passeggiata?»

«No, stavo raggiungendo mio padre nei campi per dargli una mano a portare a casa il raccolto»

«Come sei bravo. Io invece sto andando a casa da i miei fratelli che non vedo da molto tempo»«Sei una ragazza di città vero? Lo noto da come sei vestita. La mamma non si può permettere quello che tu indossi»

«Sì, ma una volta ero anch’io una contadinella e poi la vita in città non è poi così bella. Parigi è caotica, si corre sempre e ci sono poche aree incontaminate»

«Io vorrei andarci però. Ti va di farmi compagnia finché non raggiungo mio padre? Sembri molto simpatica.»

«Scusa, vorrei tanto, ma, come puoi vedere, ho troppe cose in mano e non vedo l’ora di liberarmene. Più tardi però se vuoi puoi venirmi a trovare e ti racconto tutto quello che c’è da sapere su Parigi. Va bene?»

«Ok, allora ci vediamo dopo. Come ti chiami?»

«Charlotte»

«Hai lo stesso nome di mia zia, solo che non l’ho mai conosciuta perché anche lei vive in città. Ciao Charlotte» così Christophe continuò correndo per la sua strada.

Charlotte invece rimase per un attimo pietrificata, chiedendosi se fosse solo una coincidenza o se quel bambino fosse figlio di James o di Noah. Con l’umore che continuava a migliorare di minuto in minuto Charlotte continuò il cammino verso casa sua.

CONTINUA…

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