Roma e Congiure (seconda parte) di Elena e Laura Canepa

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Zenobia aprì gli occhi. «Sì, tutto bene, ho solo troppi pensieri per la testa.»

«Che succede bambina?» chiese la vecchia con una certa curiosità.

Zenobia pensò che confidarsi le sarebbe stato d’aiuto e raccontò all’anziana donna ciò che le era accaduto fino a quel momento. Questa, che si chiamava Corellia e di mestiere faceva la maga, annuì tristemente. «Il mio è un mestiere molto particolare. Puoi solo immaginare quanta gente si rechi da me per qualcosa: chi per propiziare la nascita di un figlio, chi per filtri d’amore, pozioni per la fertilità o malocchi» e continuò abbassando la voce. «Poi c’è chi mi chiede mala sacrificia, ma io rifiuto quasi ogni volta. Potrei essere ammazzata per questo» concluse con una risata isterica.

Zenobia non nascose le sue perplessità pur restando in silenzio.

«Lo so, lo so che la cosa può sembrare spaventosa» la vecchia parve leggerle nel pensiero, «però io vorrei chiederti lo stesso di diventare mia apprendista.» Corellia le fece l’occhiolino mentre avanzava la proposta. La ragazza sorrise incredula. «Beh, in effetti, non capitano tutti i giorni queste occasioni.»

Pensò a Ebe che le aveva offerto aiuto per trovare un impiego, ma l’amica avrebbe capito. «Accetto, ho bisogno di denaro e una nuova esperienza mi farà un gran bene!» concluse entusiasta la giovane.

Passò del tempo e Zenobia, sotto gli interessanti insegnamenti della maga, scoprì che quel mestiere la intrigava molto. Il pensiero, però, andava sempre nella stessa direzione: suo marito Cassio non meritava una fine così ingiusta.

Un notte Zenobia fece un incubo di cattivo auspicio: scure interiora di animali sparse ovunque. Si svegliò di soprassalto: qualcosa di terribile stava per accadere.

Il giorno seguente capitò una cosa sospetta: un cliente, la cui toga fece capire che apparteneva ad una gens facoltosa, entrò nella taberna della maga per acquistare un potente veleno. A Zenobia non era mai capitato di vendere quel particolare intruglio e, spinta dal presagio della notte precedente, decise di seguire l’uomo.

Arrivarono in un vicolo stretto della Suburra e la boccetta fu consegnata ad un altro uomo. Zenobia non poteva dimenticare quel volto: era il senatore che aveva fatto uccidere suo marito. Si avvicinò ai due abbastanza da sentire cosa si stessero dicendo, ben attenta a non farsi vedere.

«Grazie, Augusto, mio caro amico. Appena giustizia sarà fatta e l’homo novus non sarà più al comando dell’Urbe, verrai ricompensato.»

«Oh, dèi gloriosi! Vogliono avvelenare l’imperatore Vespasiano! Farabutti!» pensò spaventata.

Tornò di corsa dalla maga per raccontarle tutto. La donna rimase in silenzio e poi sentenziò: «Devi salvare l’imperatore.»

Non c’era tempo da perdere, sicuramente quell’uomo infame non avrebbe atteso molto prima di mettere in atto il suo delittuoso piano.Così Zenobia e Corellia studiarono una contromossa: grazie all’amica Ebe, che conosceva una cuoca, la giovane vedova sarebbe riuscita a entrare nella domus dell’imperatore. Vespasiano era solito avere degli invitati per cena, quel momento della giornata era perfetto per discutere di politica con i personaggi più illustri dell’impero.

Zenobia era tra gli schiavi addetti alla gustatio e preparò i salumi di cinghiale che sarebbero stati serviti all’inizio della cena. La giovane si unì alle chiacchiere delle schiave per non destare sospetti. «È arrivato il senatore Marco, quanto è avvenente!»Altre si misero a civettare insieme a lei. «Questa sera ci sarà anche il padre! Lui ha sempre quello sguardo arcigno che incute timore.»

Zenobia stava attenta ai movimenti di tutti per controllare che i cibi non venissero alterati con il veleno. Era preoccupata perché la sostanza poteva essere confusa con il garum. Di conseguenza ogni piatto poteva nascondere il liquido, visto il largo uso che si faceva di quella saporita salsa.

CONTINUA…

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